CONSIDERAZIONI SUL TESTO DELL’APPELLO “PER UN’ASSEMBLEA OPERAIA NAZIONALE A POMIGLIANO D’ARCO IN OCCASIONE DEL CENTENARIO DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE”

drago111Il testo  dell’appello per un’assemblea operaia nazionale a Pomigliano il giorno 04/11/2017, ritiene necessario evidenziare il significato storico della Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Nello stesso testo si sostiene che la Rivoluzione d’Ottobre è stata una formidabile espressione dell’inconciliabilità degli interessi di classe, si afferma inoltre che tale antagonismo è oggi pienamente operante in quanto fatto valere in primo luogo dallo stesso Capitale con la messa in atto di una “lotta di classe alla rovescia condotta dai padroni contro i lavoratori”.  Da cui, si sostiene ancora, l’attualità della necessaria ricostruzione delle organizzazioni sindacali e politiche della classe operaia e dei lavoratori. L’assemblea operaia nazionale di Pomigliano si propone come una scadenza finalizzata, nelle intenzioni dei promotori, alla discussione ed alla riflessione sindacale e teorico-politica nella prospettiva della costruzione del sindacato di classe e del partito di classe.

Non si può che valutare positivamente la proposta di un’assemblea operaia nazionale ed invitare a partecipare o, in alternativa, invitare a promuovere nelle prossime settimane iniziative e scadenze analoghe nelle varie realtà, meglio se specificatamente indirizzate agli operai ed ai lavoratori e eventualmente adeguatamente preparate sui posti di lavoro.

Detto questo, si deve anche evidenziare come le linee portanti dell’appello in questione[1] rimandino a concezioni di fondo distanti da quelle che hanno sostanziato la formazione di quella soggettività rivoluzionaria che, fondendosi con il movimento della classe operaia,  ha preparato e realizzato la Rivoluzione d’Ottobre.

Questo contrasto tra la dichiarata volontà di realizzare la celebrazione della Rivoluzione d’Ottobre e le pratiche decennali che si distanziano largamente proprio dalle lezioni dell’Ottobre Rivoluzionario è appunto oggetto di questa presa di posizione critica.  Presa di posizione che si propone come un invito costruttivo finalizzato alla necessità della definizione di un’impostazione coerente ed efficace dell’iniziativa degli operai e dei lavoratori salariati  per il rovesciamento del capitalismo.

 Noi, come “Slai Cobas – per la Coscienza di Classe”[2]  [Slai Cobas-CdC], riteniamo particolarmente necessario fare i conti con le posizioni e pratiche che, in ultima analisi, non favorendo lo sviluppo della coscienza di classe del proletariato non consentono nemmeno un’adeguata impostazione di un percorso di classe economico e politico.

Nonostante la grande distanza temporale dalla Rivoluzione d’Ottobre, gli enormi mutamenti intervenuti su tutti i piani rispetto a quella determinata fase storica, le svariate e grandi esperienze rivoluzionarie che si sono succedute dopo quell’evento ed i rilevanti sviluppi successivi della teoria marxista (contributi qualitativi di Gramsci, maoismo ecc.), si può ancora sostenere che i compiti odierni, quelli iniziali e prioritari per la classe operaia, non si presentavano in modo molto diverso da come, alla fine dell’800 ed all’inizio del 900, si ponevano al movimento operaio russo.  Si trattava allora, come si tratta oggi, di costruire il partito politico del proletariato, di precisarne le concezioni teoriche, strategiche e programmatiche, di fondere il pensiero rivoluzionario più avanzato con lo sviluppo dell’iniziativa e della lotta della classe operaia (in quanto classe dirigente dell’insieme degli strati sfruttati e dei soggetti oppressi della società) e di sostituire, attraverso il passaggio della rivoluzione, il potere delle classi dominanti reazionarie con quello proletario e popolare per aprire la strada al socialismo ed al comunismo.

Risulta di particolare urgenza il saper cogliere l’occasione delle celebrazioni della Rivoluzione d’Ottobre per evidenziare il filo rosso che lega gli insegnamenti della rivoluzione con la necessaria definizione dell’impostazione della preparazione della rivoluzione proletaria e popolare in Italia.  Senza un conseguente lavoro collettivo di riflessione, bilancio storico e definizione, le stesse celebrazioni finiscono per diventare momenti puramente accademici oppure ulteriori pretesti per usi distorti e strumentali di questa grande esperienza e dei suoi principali insegnamenti.

Che cosa significa realmente parlare di Classe Operaia ?  Che cosa si intende quando si parla di Capitale ? Cosa vuol dire antagonismo tra Capitale e Lavoro ? Che cosa si intende con il concetto di lotta sindacale e di lotta politica ? Che tipo di concezione dello Stato si propone ? Che cos’è la coscienza di classe ? Che cosa si vuole costruire quando si parla del sindacato di classe e dell’organizzazione politica di classe?

 Queste questioni furono a suo tempo affrontate e definite nella fase iniziale costitutiva della soggettività rivoluzionaria russa che ha diretto il processo culminato nella Rivoluzione d’Ottobre. Oggi nell’attuale situazione economica, politica e sociale, quest’ordine di questioni è di nuovo all’ordine del giorno.  Si tratta peraltro di questioni che non sono solo, in un modo o nell’altro,  toccate nel testo dell’appello in questione, ma che sono anche direttamente inerenti al ragionamento ed alla prassi quotidiana di quanti operano richiamandosi allo stesso sindacalismo di classe e sono quindi, in un modo o nell’altro, presenti ed operanti in tutte le discussioni, nelle assemblee, nei volantini, nei comunicati stampa, negli scioperi, ecc.

Un apparente paradosso di fondo è però il fatto che queste questioni non vengono generalmente mai realmente affrontate organicamente e discusse in modo aperto e sistematico in rapporto con l’iniziativa che si pratica o che si dichiara di voler sviluppare. Rimangono cioè bagaglio intellettuale di ristretti gruppi dirigenti che le fanno agire direttamente, senza alcun approfondimento, discussione e bilancio della prassi, nel rapporto con gli operai ed i lavoratori. Si cerca di far apparire formulazioni, considerazioni ed indicazioni come qualcosa di “ovvio”, di “scontato”, di “empiricamente evidente”, qualcosa che è presentato come “utile” e che avrà certamente successo, a cui bisogna quindi credere per atto di fede.

In questo modo, al di là delle facili chiacchiere sulla democrazia interna, sull’assemblearismo, sull’autorganizzazione, si trasmettono di fatto ai lavoratori, in modo autoritario, perpetuandole e cristallizzandole, concezioni sindacali e politiche, che non vengono mai affrontate consapevolmente tra gli stessi lavoratori, rispetto a cui non si producono mai riflessioni e bilanci collettivi. Tutto questo nonostante le ovvie enormi conseguenze che da tali concezioni derivano per la costruzione dell’organizzazione e per la prassi e le prospettive dell’iniziativa sindacale e politica di classe.

Per tanto riteniamo nostro compito, di fronte al pur apprezzabile appello per un’assemblea operaia nazionale a Pomigliano, evidenziare alcune concezioni di fondo portate avanti e fatte vivere senza la minima discussione, bilancio e definizione collettiva, nel corso degli anni, da parte di gruppi dirigenti dello Slai Cobas Nazionale. Tali concezioni di fondo non si discostano particolarmente dal filone dell’operaismo[3] degli anni 60 e pertanto rappresentano il tentativo di rivitalizzare e riproporre eredità e stratificazioni ideologiche relative a questa determinata tradizione in un contesto profondamente mutato. Questi tentativi richiedono oggi un bilancio critico ed autocritico capace di recuperare le lezioni positive e di superare esperienze opportuniste e fallimentari.

Che cos’è la classe operaia?  Cosa significa parlare di interessi di classe? Che cosa sono  le organizzazioni di classe (sindacato di classe, partito di classe) ?

 Ci sono diverse idee su cosa significhi parlare di “classe operaia”, ma per quello che riguarda le questioni che si affrontano qui si possono distinguere due significati diversi e per certi versi opposti.

Per i compagni che hanno promosso l’appello il concetto di classe operaia è empiricamente evidente. Quest’evidenza empirica  rimanda ad una concezione sociologica che da un lato richiede una sommaria valutazione sotto il “profilo quantitativo” (struttura produttiva, numero di operai per le diverse attività industriali e per le differenti classi relative alla struttura industriale, distribuzione per tipologie d’impresa, dislocazione in ambito territoriale e locale, tipologie dell’organizzazione del lavoro, distinzione secondo le diverse tipologie contrattuali ecc.)  e,  dall’altro, una valutazione sotto il cosiddetto “profilo qualitativo”, relativa alle forme di coscienza (aspettative) ed al carattere ed alle forme dell’organizzazione, della resistenza (comportamenti) e dell’opposizione operaia contro i padroni, i sindacati confederali, i partiti di potere, i governi antioperai ed antipopolari. Questa concezione è però riduttiva e si accorda bene  con l’idea altrettanto riduttiva che gli interessi della classe operaia consistano essenzialmente nell’opposizione ai padroni, alle misure governative antioperaie ed antipopolari, ai sindacati ed ai partiti di potere (con le eventuali code di cosiddetta sinistra)  che collaborano con i padroni ed i governi [4] ecc.

Per chi scrive bisogna ripartire da domande come  “Che cos’è la Classe Operaia ?” proprio perché simili quesiti non sono affatto così ovvi come appaiono e pertanto la questione non può essere affatto  affrontata in modo soddisfacente con le semplici considerazioni e trattazioni sociologiche[5].

Proprio domande come “che cosa è la Classe Operaia?” hanno d’altronde avuto un ruolo assolutamente centrale, alla fine dell’800 e nei primi anni del 900, nei primi passi del processo di costruzione della tendenza e dell’organizzazione bolscevica e nella relativa definizione delle teorie, strategie e forme organizzative che hanno portato avanti il percorso rivoluzionario culminato nella Rivoluzione d’Ottobre.

Per chi scrive, il concetto di classe operaia rimanda, in ultima analisi, al ruolo  occupato dagli operai nel processo produttivo capitalistico ed implica quindi una determinata teoria (marxista) di cosa significhi parlare di Capitalismo e, poiché il marxismo è non solo una teoria economica, ma una teoria complessiva che si sviluppa qualitativamente in indissolubile legame con l’esperienza rivoluzionaria, la risposta al problema “Che cos’è la classe operaia?” presenta tutta una serie di aspetti fondamentali politici ed ideologici oltre che relativi alla teoria economica.

In estrema sintesi però qui è sufficiente sostenere che quello che definisce la Classe Operaia è il fatto che gli operai sono produttori di plusvalore e che la produzione di plusvalore comporta uno sfruttamento del proletariato che contiene, ma solo in embrione[6], un antagonismo di classe irriducibile. Quest’estorsione di plusvalore avviene all’interno di meccanismi economici (Modo di produzione capitalistico) che tendono in base  alle loro stesse dinamiche di fondo, incentrate sulla contraddizione tra produzione e valorizzazione del Capitale, all’ auto-distruzione[7].

Ne consegue quindi che, per quanto riguarda gli operai, i loro interessi fondamentali consistono nel superamento del capitalismo, ossia nell’instaurazione della società comunista. Questi interessi di fondo sono dunque da un lato inscritti oggettivamente nella costituzione stessa della classe operaia (classe in sé), ma dall’altro devono venire rappresentati ed organizzati (classe per sé) attraverso adeguate forme politiche ed intellettuali rivoluzionarie.

Dunque, mentre la prima concezione, in questo caso appunto, quella dei promotori dell’assemblea operaia a Pomigliano, pone solo l’accento sulla contraddizione economica tra operai e padroni/governi/sindacati confederali ecc. , la seconda mette soprattutto l’accento sulla contraddizione complessiva tra classe operaia  e Capitalismo.  Mentre la prima pone l’accento solo sugli interessi economici immediati, la seconda pone l’accento sugli interessi economici e politici complessivi ed in particolare su quelli fondamentali.

Mentre la prima concezione, per la definizione dei programmi, delle linee, dei compiti e delle prospettive, parte dal livello concreto espresso nella resistenza e nella lotta (memoria, aspettative, comportamenti, forme di organizzazione e di lotta) ponendosi il problema di un loro sviluppo graduale sino all’ipotetica maturazione degli “scoppi del movimento”, la seconda concezione parte subito dal problema generale della necessità di arrivare alla distruzione del capitalismo.

Mentre la prima concezione corrisponde a ciò che appare fenomenicamente come il livello di  coscienza operaia, cosa che oggi non corrisponde però mediamente al livello della reale “coscienza di classe” inscritta nella costituzione oggettiva della classe operaia in quanto produttiva di plusvalore, la seconda concezione senza perdere il legame con ciò che appare fenomenicamente come il livello dato di “coscienza operaia”, corrisponde nel modo più profondo alla natura essenziale di ciò che effettivamente è la “classe operaia” al di là di come essa possa oggi apparire o presentarsi.

Mentre la prima rimanda alla lotta per il miglioramento delle condizioni economiche degli operai e, su tale base, a quella per i diritti democratici e le libertà sindacali, ipotizzando una prospettiva di progressiva, quasi automatica, unificazione, accumulo, sviluppo e radicalizzazione del movimento delle lotte, la seconda concezione senza negare affatto l’importanza dell’iniziativa economico-sindacale e dell’opposizione agli attacchi ai diritti ed alle libertà sindacali, rimanda, come compito attuale e principale, alla lotta complessiva per la costruzione del potere politico-statale della classe operaia (considerata come  avanguardia delle masse popolari oppresse e sfruttate). Proprio attraverso quest’impostazione questa seconda concezione è in realtà più conseguente nello sviluppo della lotta economico-sindacale ed è quindi in grado di guidarla più avanti sino alle soglie del “potere operaio” sui posti di lavoro.  Questo “potere operaio” è, nelle condizioni politiche ed economiche odierne, un esito inevitabile, ad un certo grado dello sviluppo delle forme specifiche di resistenza, di organizzazione e di lotta, propria di una lotta sindacale impostata in termini di classe. In altri termini non ci può essere vera lotta ed organizzazione sindacale di classe che non sia guidata e finalizzata in direzione del “potere operaio”, non perché “la lotta e l’organizzazione sindacale di classe” possa ridursi al problema del “potere operaio”, ma perché solo questo problema la qualifica nella sua natura e specificità. Che cos’è quindi il “potere operaio” ?  Non si può confondere il “potere operaio” con la costruzione del  “potere politico” della classe operaia, il “potere operaio” è solo una condizione (tra le altre) della costruzione del potere politico di classe, e per di più è una condizione che si esaurisce e ripiega in sé senza un effettivo processo complessivo di costruzione di questo diverso potere statale. La lotta sindacale di classe è essenzialmente, nel suo contenuto, una lotta per lo sviluppo dell’egemonia operaia (e più in generale dei lavoratori salariati) sui posti di lavoro[8] ed il “potere operaio”, nel suo contenuto effettivo, è l’avvenuta costruzione di un blocco egemonico operaio sui posti di lavoro capace quindi di esprimersi con una propria forma di rappresentanza democratica.  Questo comporta una serie di conseguenze di fondo: 1) ci può essere una lotta economico-sindacale dei lavoratori che può essere diffusa e radicale nelle forme, ma che non è ancora lotta sindacale di classe perché non mira a instaurare l’egemonia operaia sui posti di lavoro ed a contribuire al processo complessivo di costruzione di un nuovo Stato, 2) ci può essere una lotta economico-sindacale dei lavoratori capace di ottenere grandi miglioramenti economici e sul piano dei diritti che, di per sé però, non è ancora una vera lotta sindacale di classe, 3) ci può essere una lotta economico-sindacale di classe che progredisce ed avanza nella costruzione dell’egemonia operaia sui posti di lavoro e nella costruzione relativa del “potere operaio” senza che questa lotta riesca o possa ottenere significativi miglioramenti economici e sindacali sui posti di lavoro, 4) la lotta sindacale di classe può avanzare anche se la repressione padronale, i licenziamenti, gli attacchi al salario ecc., progrediscono, 5) i caratteri della lotta sindacale di classe definiscono anche quelli dell’organizzazione sindacale di classe, 6) solo un’adeguata direzione ideologico-politica posta in atto da un gruppo dirigente sindacale capace di condurre, tramite la resistenza e la lotta, alla disgregazione dell’egemonia avversaria ed alla costruzione di egemonia operaia, può quindi promuovere e sviluppare la lotta sindacale di classe, 7) costruzione dell’egemonia operaia sui posti di lavoro e disgregazione dell’egemonia avversaria (padroni, partiti di potere che hanno influenza pratica immediata sull’orientamento e sull’iniziativa degli operai sui posti di lavoro[9], sindacalismo confederale, sindacalismo corporativo, sindacalismo di base firmatario, sindacalismo anarco-movimentista ecc.,) sono due aspetti della stessa questione e non ci può essere significativo avanzamento dei processi di costruzione senza progresso reale nei processi di disgregazione.

In sintesi quindi la lotta economico-sindacale di classe è economico-sindacale solo nella forma, ma è lotta per l’egemonia operaia sui posti di lavoro nel contenuto specifico[10], è inoltre, tramite la mediazione di questa forma e di questo contenuto specifico, un anello indispensabile della lotta complessiva per il rovesciamento del capitalismo e la costruzione/affermazione di un nuovo Stato.

Mentre la prima concezione, quella appunto dei compagni promotori dell’appello per l’assemblea nazionale, vede nella lotta economico-sindacale la base  da cui partire e la leva fondamentale per lo sviluppo di un processo di trasformazione politica e sociale, la seconda vede nella lotta economico-sindacale  solo uno degli indispensabili fronti di lotta che però, per essere conforme a degli “interessi di classe”, deve risultare,  strategicamente e tatticamente, subordinato e finalizzato, alla lotta per la costruzione del “potere operaio” e soprattutto del nuovo potere politico statale sulla strada del socialismo.

Mentre la prima concezione teorizza, nella sua variante riformista, un’organizzazione sindacale burocratica fondata sul meccanismo della delega[11] o, nella sua variante sindacalista rivoluzionaria, un’organizzazione sindacale democratica-libertaria, antagonistica ed “auto-organizzata”[12], la seconda teorizza un’organizzazione sindacale di classe concepita come un fondamentale anello di una catena complessiva di organizzazioni politiche, sociali, culturali coordinate tra loro sotto la conduzione della soggettività rivoluzionaria nel processo di costruzione di un nuovo stato.

Mentre la prima concepisce il sindacato di classe come un organismo economico-politico che esaurisce in sé anche i compiti di un partito politico, o comunque concepisce il sindacato di classe come base per la costruzione dell’organizzazione politica di classe, la seconda concepisce oggi la costruzione del sindacato di classe solo come uno dei terreni della lotta per la costruzione di un partito politico di classe complessivamente operante senza il quale non potrà mai esserci nemmeno un effettivo sindacato di classe.

Mentre la prima concezione postula eventualmente la costruzione di un’organizzazione sindacale sulla base di una determinata pratica di  lotta sindacale[13], la seconda concezione al contrario sostiene che in ultima analisi non può esserci un’organizzazione sindacale di classe senza una sostanziale unità ideologica del gruppo dirigente e dei quadri sulla base di un processo di costruzione,  eventualmente avanzato, del partito politico di classe, con la conseguenza che un sindacato di classe può svilupparsi realmente nella direzione che gli è pertinente (il “potere operaio”) solo come prodotto della costruzione e dell’espansione di un partito politico di classe.

A proposito della questione dei rapporti di forza, della

coscienza di classe e della natura dello Stato

Anche sulla questione della valutazione dei “rapporti di forza” si scontrano concezioni diverse. Per i compagni promotori dell’ appello, i rapporti di forza tra le classi si valutano a partire dal livello di estensione delle lotte e dei movimenti economico-sindacali dei lavoratori e dalla loro capacità di ottenere risultati pratici. C’è inoltre in questo modo di concepire la questione dei “rapporti di forza” una sorta di identificazione tra  “padroni”, “capitale” e “borghesia”.

Questo punto di vista vede i “rapporti di forza” tra le classi sociali come una competizione tra lavoratori e padroni per l’ottenimento di conquiste parziali e miglioramenti economici e politici. Se cresce la capacità di contrattazione dei lavoratori allora diminuirebbe la forza dei padroni (ossia del Capitale e della borghesia) e viceversa. Il potere politico e statale è qui  direttamente identificato con il potere padronale, in particolare quello delle grandi industrie multinazionali (e qui bisogna andare alle prime righe dell’appello), con la conseguenza immediata che sul terreno statale si rifletterebbe in modo corrispondente il livello di contrattazione tra lavoratori e padroni.   L’ovvia  conseguenza è che lo sviluppo delle lotte economico-sindacali e la loro eventuale capacità di apportare miglioramenti economici e politici è qualcosa che viene letto come direttamente carico di significato politico antagonistico e come un indebolimento del potere politico dello Stato.

Nel modo di interpretare la questione della valutazione dei rapporti di forza all’interno dello sviluppo della lotta di classe si evidenzia particolarmente come le concezioni dei compagni di Pomigliano siano peraltro strettamente connesse con il riformismo.

Per lo Slai Cobas CdC i rapporti di forza tra le classi si devono invece valutare rispetto a tre diversi piani.

Solo il primo è quello relativo allo sviluppo della resistenza e delle lotte economiche e dell’organizzazione sindacale di classe. Anche in questo caso l’elemento principale da valutare, quello che consente realmente di dare eventuale rilevanza anche al livello di organizzazione, intensità e radicalità delle lotte economico-sindacali, è quello relativo al grado di sviluppo dell’egemonia operaia ed al grado di disgregazione delle varie egemonie avversarie.

Il secondo è invece relativo alla costruzione di un partito politico proletario ed al suo grado di influenza politica e ideologica tra la classe  operaia e tra le masse popolari e, conseguentemente, relativo allo sviluppo della lotta di classe e dell’egemonia sul terreno sociale e politico complessivo.

Il terzo infine è relativo al grado di costruzione e d’iniziativa dello Stato proletario e popolare. Solo su questo piano il grado di egemonia operaia sui posti di lavoro e, soprattutto, il grado di egemonia politica conseguito dal proletariato nella società, si traducono in esercizio ed espansione del potere politico.

Il piano della lotta economica e della lotta per le libertà sindacali così come l’eventuale conquista di miglioramenti anche consistenti non è suscettibile, in sé stesso, di comportare una qualche modifica significativa dei rapporti tra le classi. Come già visto, ci può essere, paradossalmente ed al limite,  effettiva avanzata sul piano della capacità di ottenere conquiste e miglioramenti ed insieme reale regressione su quello della capacità di disgregare egemonia avversaria e di costruire egemonia di classe.

Quindi in ultima analisi, solo con l’avanzare della costruzione dello Stato proletario e popolare si può parlare di una modificazione significativa dei  rapporti tra le classe.

Bisogna in ogni caso distinguere tra “padroni”, “capitale”, “borghesia” e “Stato borghese”. La lotta economico-sindacale contro la multinazionale Fiat è una lotta contro i padroni della Fiat, e, nel migliore dei casi, se adeguatamente condotta con una linea sindacale di classe, può portare a risultati rilevanti solo sul terreno dell’egemonia operaia alla Fiat. In sé, per di più se priva di una chiara impostazione di classe, non è affatto  una   lotta contro il Capitale, contro la borghesia o contro lo Stato borghese.

La lotta economico-sindacale tra operai e “padroni”  in sé, in senso generico, non è ancora una reale lotta di classe, ma solo eventualmente un “embrione” di tale lotta. In sé è quindi solo una delle condizioni per la lotta sindacale di classe. Diventa invece parte integrante e costitutiva della lotta di classe se si muove in modo consapevole ed organizzato, almeno sotto il profilo della conduzione della lotta, della formazione operaia, della stretta combinazione con l’iniziativa complessiva di un partito politico di classe, nella prospettiva della costruzione dell’egemonia politica ed ideologica e della sua cristallizzazione nella pratica, nell’organizzazione e nella rappresentanza operaia e popolare (governo)  di un nuovo Stato.

Il Concetto di lotta contro il Capitale rimanda al “Capitale” in generale, ossia alla natura stessa del capitalismo, si può considerarlo quindi un sinonimo di lotta per la distruzione del “Modo di produzione capitalistico”.

La “borghesia” poi, non si limita affatto ai “padroni”, comprende per esempio, oltre alla media anche gli strati privilegiati della piccola borghesia, ed è quindi relativo alla classe dominante nel suo complesso. Considerata  in tutta la sua articolazione, nelle sue varie frazioni, strati ecc., si può stimare che la borghesia in Italia si approssimi almeno al 20% della popolazione. E’ questa classe sociale che detiene nel suo complesso il potere dello Stato. La grande industria, le banche  sono  il settore predominante, ma nient’affatto quello più rilevante in termini percentuali sull’intera borghesia. All’interno della borghesia e quindi all’interno dello Stato si svolge una continua competizione che spesso assume forme particolarmente aspre. Questa competizione  è un rilevante fattore, nelle situazioni di crisi come l’attuale, che sospinge nella direzione di ulteriori ristrutturazioni reazionarie dello Stato. Le varie frazioni ed i vari strati in competizione cercano inoltre, anche a causa della necessità di sostenere tale competizione, di assicurarsi, ognuna per proprio conto, il consenso e la passività degli operai e delle masse popolari[14], questo mentre simultaneamente operano congiuntamente, nel loro insieme, nell’esercizio del dominio economico, politico-militare ed ideologico sul proletariato.  Ne consegue come la borghesia, sia nel suo complesso che nelle sue varie frazioni, elabori una propria politica, una propria visione delle questioni economiche, una propria visione di quello che deve essere l’ideologia e la cultura per le masse ecc.,  facendo ovviamente valere tutto questo in modo molto pratico attraverso il potere dello Stato.

La consapevolezza di tutto questo e quindi del ruolo  e dell’operato complessivo dello Stato è la prima vera base della “coscienza di classe”[15] ed è indissolubilmente connesso con l’organizzazione e la lotta politica complessiva (che comprende quella economica solo in via subordinata ed in forma adeguatamente  finalizzata)  per la costruzione dell’egemonia e per la sua cristallizzazione ed espansione nei processi d’ iniziativa e strutturazione relativi alla affermazione progressiva del nuovo Stato proletario e popolare.

Questa presa di posizione sull’appello per l’assemblea nazionale a Pomigliano ha cercato di evidenziare criticamente concezioni e  pratiche economiciste, riformiste e semi-anarchiche, che risultano persino opposte alle concezioni che hanno contribuito in modo decisivo all’affermazione  della Rivoluzione d’Ottobre e, su tale base, ad aprire politicamente ed ideologicamente l’attuale fase epocale delle rivoluzioni proletarie.

 Slai Cobas                   

(per la Coscienza di Classe)

lo Slai Cobas CdC  gestisce un corso di formazione su Skype per tutti i lavoratori  interessati sulle lezioni della rivoluzione d’Ottobre, sulle varie fasi e  sui principali testi di Lenin, scrivere a  slaicobascdc@yahoo.com  o telefonare allo 3482448231

[1] Che diventano pienamente intellegibili alla luce della posizioni e delle pratiche portate avanti negli ultimi decenni da parte rilevante del sindacato autorganizzato Slai Cobas Nazionale compresa la componente promotrice dell’appello per l’assemblea nazionale (Slai Cobas Pomigliano) facente riferimento a Mara Malavenda e Vittorio Granillo.

[2] Il filo della nostra appartenenza allo Slai Cobas Nazionale si è distinto progressivamente nel corso degli anni dalle componenti di Milano e di Pomigliano dello Slai Cobas.

[3] Operaismo che, risultato dalla fusione tra socialismo democratico-libertario, sindacalismo, consiliarismo e marxismo critico, è stato comunque caratterizzato da ulteriori varianti socialdemocratiche e rivoluzionarie (Dagli operaisti dell’”autonomia del politico” agli sviluppi dell’operaismo nelle elaborazioni negriane e nella prassi dell’ “autonomia operaia” degli anni 70) e da diverse combinazioni  , con altre tendenze (Da settori del sindacalismo confederale in particolare della CGIL e dello stesso PCI, al trotskijsmo, al bordighismo, all’anarchismo ecc.).

L’operaismo negli anni 70 è risultato l’orientamento sostanzialmente egemone nella sinistra sindacale, nei gruppi della Nuova sinistra (PdUP-Manifesto, Avanguardia Operaia – DP, Lotta Continua, Potere Operaio ecc.) ed in generale nel movimento rivoluzionario e di opposizione dai primi anni 60 a gran parte degli anni 70.  In quei decenni non ha trovato vera opposizione nella teoria e nella prassi della maggioranza delle forze marxiste-leniniste  ancora in parte dipendenti dalle vecchie posizioni del PCI e comunque caratterizzate in generale dalla combinazione tra dogmatismo e revisionismo.

 

[4] E’ noto come lo Slai Cobas Nazionale sia nato sostenendo la concezione dell’autorganizzazione operaia intesa come teoria e pratica della scissione tra gli interessi della classe operaia e dei lavoratori e gli interessi padronali, governativi, relativi ai sindacati confederali ed ai partiti di potere ecc. Di fatto però non si è ancora prodotto, nello Slai Cobas Nazionale, un qualche significativo bilancio di questa impostazione ed esperienza.

[5] Da questo non ne consegue affatto, come invece sostengono tendenzialmente le diverse varianti operaiste che si finisca per ricadere in problemi astrattamente (ossia ‘vuotamente’) teorici. Innanzitutto perché a simili quesiti si danno sempre delle risposte che comunque sono teoriche ed i “gruppi intellettuali dirigenti” sono quelli che elaborano proprio quesiti di questo tipo indirizzando conseguentemente la prassi dei lavoratori.

In secondo luogo perché questi stessi quesiti attraversano in realtà tutto lo sviluppo del pensiero teorico e dell’esperienza rivoluzionaria nazionale ed internazionale della lotta di classe del proletariato industriale e quindi la risposta che si deve e può dare ad essi è sia fondata che continuamente arricchita e sviluppata dalla sintesi teorica di questa stessa esperienza.

 

[6] La negazione dell’esistenza in “embrione” dell’antagonismo irriducibile porta allo scientismo contemplativo e conservatore nella trattazione della teoria economica e della teoria politica del marxismo, l’enfatizzazione di tale “antagonismo” come elemento dato spontaneamente e meccanicamente porta, in questi stessi ambiti teorici, al sociologismo ed alla relativa saldatura tra materialismo positivista ed idealismo soggettivo (operaismo, sindacalismo  consiliarista  ecc.).

[7] L’accentuarsi della contraddizione tra rapporti di produzione e sviluppo delle forze-produttive non è peraltro solo caratteristica della fase attuale del capitalismo (imperialismo). Questa contraddizione è la legge di fondo dello sviluppo e della successiva decadenza e conclusione catastrofica di tutte le diverse forme di società basate sulla divisione di classe. Da questa legge deriva in primo luogo che nelle società divise in classi entrate nella loro fase di decadenza la tendenza oggettivamente principale è quella alla rivoluzione e deriva inoltre in secondo luogo che tale tendenza deve e può, in un modo a nell’altro, farsi strada attraverso la lotta di classe ed affermarsi su tutti i piani. Questa legge generale è tanto più valida, e si presenta quindi in forma assai più netta e pura che nel passato, nell’attuale fase imperialistica dello sviluppo capitalistico in cui non si tratta più di sostituire una società di classe con una nuova e diversa società di classe, ma appunto di abolire tutte le divisioni di classe.

 

[8] E solo di conseguenza può articolarsi anche nel territorio (disoccupati, precari, servizi ecc).

[9] Per es. la tendenza di molti lavoratori a vedere nelle diverse varianti del populismo reazionario una possibile sponda politica per le proprie vertenze, per la salvaguardia dei propri interessi immediati  o per la tutela contro i licenziamenti, la nocività del lavoro ecc,

[10] Questa distinzione ed insieme questa indissolubile relazione tra forma e contenuto evidenzia come sia consuetudine comune, nell’ambito del sindacalismo di base ed autorganizzato, attenersi alla forma ed indentificare su tale base, in modo feticistico, forma e contenuto. Viceversa una visione razionale di tale rapporto rimanda alla necessità di sviluppare e sperimentare una serie di teorie scientifiche sulla  “lotta sindacale di classe” e sulla  “costruzione del potere operaio” adeguate alle condizioni ed alla fase.

[11] Basti considerare l’esempio di USB e di altri sindacatini di base.

[12] Abbiamo però visto prima il paradosso che anche un’organizzazione sindacale democratica-libertaria o “auto-organizzata” è in effetti controllata in modo burocratico da gruppi intellettuali che fanno valere meccanicamente, a partire da posizioni di monopolio del potere interno, le concezioni insite nella propria specifica formazione ideologico-politica intellettuale

[13] Quindi non  concepisce affatto l’organizzazione sindacale di classe come un’organizzazione unita, nel suo corpo dirigente e nella sua prassi effettiva, sulla base di una teoria rivoluzionaria e di una conseguente strategia, linea, programma ecc.

[14] In particolare quello delle vaste masse popolari  piccolo-borghesi  escluse sostanzialmente dalle condizioni di privilegio sociale, ma che costituiscono probabilmente la componente numericamente prevalente in una società imperialista marginale come quella italiana. Queste masse-popolari sono portate per la propria natura di classe ad aspirare ad una condizione piccolo-borghese di privilegio, mirano ad entrare a far parte della borghesia, sono facilmente soggette alla corruzione ed alla manipolazione reazionaria e risultano assai sensibili agli orientamenti della piccola borghesia privilegiata che nella crisi economica, politica ed ideologica, cerca di ottenere  più potere nello Stato.

[15] Che cos’è nel suo complesso la coscienza di classe ?

La tendenza della Classe Operaia come “classe in sé” a diventare “classe per sé” e quindi Stato Proletario sulla strada del comunismo, non può realizzarsi che attraverso la forma del partito politico guidato da un’adeguata teoria rivoluzionaria (il marxismo sviluppato all’altezza delle condizioni e della situazione odierna). Ne consegue che la coscienza di classe coincide nel suo complesso proprio con la fusione del movimento della Classe Operaia con la teoria rivoluzionaria. Il marxismo non è però affatto una teoria principalmente economica o sociologica come hanno sostenuto e sostengono i vari orientamenti dell’operaismo rivoluzionario, ma è insieme “filosofia, economia e teoria politica”, tenendo conto che ognuno di questi tre momenti è appunto di volta in volta il fondamento dei rimanenti.

 

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