IL FALLIMENTO DELL’USB E DEL SINDACALISMO DI BASE

IL FALLIMENTO DELL’USB E DEL SINDACALISMO DI BASE

La formale adesione, in data 23/05/2015, all’accordo governo/sindacati del 10 gennaio 2014 da parte del Consiglio nazionale dell’Unione Sindacale di Base, è un dato politico di particolare rilevanza, infatti da un lato evidenzia, disvelandole, le caratteristiche di fondo di questo sindacato e dall’altro segna una tappa decisiva di una sua involuzione reazionaria.
E’ necessario andare subito alle considerazioni con le quali USB cerca di legittimare tale accordo. Il 23/05/2015, all’atto dell’adesione, il Consiglio nazionale USB ha dichiarato: “a fronte della sentenza emessa dal Tribunale di Roma che ha rigettato il ricorso legale nei confronti dell’accordo del 10 gennaio 2014 sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria e prendendo atto della pressante richiesta di migliaia lavoratori, iscritti e delegati sindacali USB di non abbandonare il presidio sindacale nelle fabbriche e nei posti di lavoro, è costretto a dare formale adesione all’accordo del 10 gennaio 2014”.
Tale adesione rappresenterebbe quindi per USB una sorta di scelta tattica imposta dalla propria base e dalle RSU e resa nel complesso necessaria dalla situazione sempre più problematica. Scelta che comunque non sarebbe tale da incidere significativamente sulla natura, sull’operato e sul programma di USB né ne sancirebbe una discontinuità o un’involuzione.

In linea di principio nessuno può negare la necessità di scelte tattiche relative all’adesione ad accordi parzialmente o persino sostanzialmente reazionari con altri soggetti sindacali, politici o padronali, quando questo si traduca in una condizione più favorevole sotto il profilo degli interessi di classe.

Se andiamo ad analizzare nel concreto gli attuali rapporti tra le forze sociali, politiche, governative, padronali e sindacali in campo, vediamo però che la scelta di USB si connota direttamente non per una decisione tattica, ma per una scelta strategica, infatti il motivo di fondo di tale scelta appare quasi relativo ad una questione di vita o di morte : “o sottoscriviamo l’accordo oppure non possiamo più essere un sindacato!”.

C’è anche una rilevante continuità, insieme ad un indubbio salto di qualità in senso involutivo, tra l’opposizione, apparentemente coerente, che USB ha condotto contro l’accordo del 10 gennaio e la decisione del 23/05/2015 di procedere alla firma di questo stesso accordo.

La continuità è evidenziata dal fatto che, sia prima (quando USB si opponeva all’accordo del 2014) che dopo (quando USB ha deciso di firmarlo), l’argomento di fondo paradossalmente è sempre stato lo stesso. Prima non bisognava firmare perché era vitale che l’accordo venisse “affondato” per salvaguardare la possibilità di essere sindacato, poi, una volta fallito miseramente il tentativo di “affondarlo” attraverso le vie legali, bisognava firmare a tutti i costi, sempre allo scopo di salvaguardare l’interesse della possibilità del proseguo dell’attività sindacale.
Nella sostanza tutto andava a ruotare sempre intorno al medesimo assunto: “per sostenere e progredire con l’iniziativa sindacale è decisiva, persino vitale, la questione della rappresentanza sindacale, ossia la possibilità di acquisire una rappresentanza legittimata, sul piano istituzionale, alla contrattazione con la controparte”.
Si tratta di un assunto di fondo che distingue nettamente la prospettiva strategica del sindacalismo di classe, da quella di USB e del sindacalismo di base che lavora invece nell’ottica della costruzione di un “quarto sindacato”.
Quello che per USB è l’aspetto principale e decisivo, ossia la possibilità di avere una legge sulla rappresentanza che legittimi le RSU come perno dell’iniziativa sindacale sui posti di lavoro, per una prospettiva sindacale di classe è invece l’aspetto secondario, non disprezzabile in sé, ma certamente non decisivo ai fini della possibilità della stessa iniziativa sindacale e della rappresentazione, sul terreno della lotta sindacale di classe, degli interessi del proletariato e dei settori più sfruttati dei lavoratori.

La questione in realtà attiene proprio al carattere di classe o meno dell’organizzazione e dell’iniziativa sindacale. Porre al centro, come ormai ha stabilito definitivamente di fare USB, la “questione della rappresentanza” significa lavorare per costruire un sindacato sulla base di un complesso di meccanismi che in ultima analisi caratterizzano anche i sindacati confederali e che si definiscono essenzialmente 1) per la promozione di una burocrazia sindacale, in ultima analisi legata all’aristocrazia operaia ed a strati di lavoratori privilegiati della Pubblica Amministrazione e dello Stato; burocrazia che va ad operare per subordinare ai propri interessi sociali, politici ed ideologici, la classe operaia ed altri settori proletari e popolari, 2) per l’opera di falsa soggettivazione dei lavoratori in realtà indirizzati verso la difesa di interessi corporativi con conseguente negazione e dissoluzione della potenziale propensione al diventare classe consapevolmente antagonistica. Da cui, riguardo a quest’ultimo punto, anche l’apologia che USB ha fatto delle tendenze corporative esistenti nel sindacalismo di base nello stesso comunicato nazionale del 23/05/2015, appellandosi alla “pressante richiesta di migliaia di lavoratori, iscritti e delegati sindacali USB”.
Ed è proprio l’asse perverso tra il corporativismo dall’alto (quello dell’organizzazione sindacale che rigetta la lotta di classe) e tra il corporativismo dal basso (quello degli strati privilegiati e dei settori ideologicamente arretrati dei lavoratori che mirano a risolvere i propri problemi particolari disimpegnandosi dalla lotta di classe contro governi e padroni), che costituisce il cuore dell’ipotesi del “quarto sindacato”. Si tratta di un asse che porta in modo conseguente a sostituire il lavoro sindacale tra i lavoratori per organizzarli su una base di classe, con il lavoro nelle RSU volto ad una contrattazione che poi, nel contesto attuale, viene giocata inevitabilmente sempre più al ribasso. Il tutto in linea con stessa logica che ha governato, prima la contrapposizione all’accordo del 10 gennaio 2014 e poi la sua stessa sottoscrizione. Logica che concepisce la necessità del riconoscimento a priori dei diritti da parte dell’avversario come cornice fondante la possibilità dell’organizzazione e dell’opposizione, e che poi, ancora una volta, significa soltanto questo: “se non riusciamo a garantirci delle regole esigibili sul piano istituzionale, ed a conquistarci dei relativi spazi di potere nel rapporto con la controparte padronale ed istituzionale, non abbiamo prospettive e rischiamo di sparire”.

E’ ovvio che si deve quindi parlare di “fallimento” strategico dal punto di vista degli interessi di classe, ossia degli interessi di fondo dei soggetti sociali più sfruttati ed oppressi, soggetti che sono in primo luogo proletari e che necessitano tra il resto di un sindacato di classe.

Però è proprio partendo dalla questione del carattere di classe che si deve anche aggiungere che parlare di “fallimento” significa dare una valutazione complessiva che va quindi al di là del problema di un “fallimento” sul piano semplicemente sindacale, anzi rimanda immediatamente anche ad un fallimento politico e culturale. E’ appunto quello che qui va individuato in generale come un processo involuzione reazionaria di USB.

Si deve parlare di fascistizzazione politica e culturale e non solo sindacale, per quanto riguarda gli accordi del 10 gennaio 2014, proprio perché tali accordi incrementano l’oppressione politica e sindacale degli operai e dei lavoratori più sfruttati. Questi accordi favoriscono e sanciscono infatti la repressione statale antioperaia ed antipopolare, rappresentano un anello della soppressione degli spazi per l’organizzazione e la lotta, incrementano i processi di sfruttamento e precarizzazione, peggiorano la salute e la sicurezza dei lavoratori, mirano, sul piano sindacale, politico e culturale a passivizzare, frammentare e de-soggettivare gli operai, i disoccupati, i lavoratori precari, e sono un pesantissimo tentativo di pacificare, criminalizzando la lotta di classe, oltre ai lavoratori anche quelle soggettività collettive che in qualche modo operano verso una prospettiva sindacale di classe. Oggi se dunque è lecito parlare di fascistizzazione di CGIL-CISL e UIL, allora a partire da adesso sarà ugualmente sempre più pertinente il parlarne anche in relazione all’ulteriore prevedibile involuzione di USB ed altri che hanno ritenuto, in nome della necessità di auto-promuoversi ed auto-salvaguardarsi (il tutto a danno dei lavoratori e di altre organizzazioni sindacali), di procedere appunto alla sottoscrizione degli accordi del 10 gennaio 2014.

La firma di tali accordi attesta come sia all’ordine del giorno la necessità della scissione del sindacalismo di base, dividere ciò che è malamente unito in USB e nelle altre organizzazioni sindacali di base ed unire invece, in una prospettiva sindacale di classe, quello che è ancora parziale, frammentato e disperso nelle varie organizzazioni. Da questo punto di vista, risultava quindi sostanzialmente conciliatorio ed inconcludente l’appello del 1° giugno sottoscritto da vari delegati e militanti sindacali affinché USB recedesse dalla sua decisione.

Certo, la stessa esperienza del “sindacalismo autorganizzato”, a partire dallo Slai Cobas, dimostra che per avanzare nella costruzione di un sindacato di classe è necessario un partito di classe. Senza il partito è anche impossibile, tra l’altro, sedimentare un’efficace struttura di quadri sindacali di classe, sviluppare e radicalizzare la lotta su scala crescente, realizzare un’iniziativa sindacale in grado di approntare le tattiche più opportune (anche sul piano delle necessarie alleanze e politiche di fronte), e superare le logiche passivizzanti ed autoreferenziali del “sindacalismo rivoluzionario” di stampo economicista. Tutto questo però non è un’argomentazione che giustifichi, in nome della necessità prioritaria del partito, il fatto di disarmare il fronte della lotta sindacale, di non lavorare da subito unificando le forze più coscienti e combattive dei lavoratori delle diverse organizzazioni sindacali in una prospettiva sindacale di classe e di non concepire la stessa battaglia sindacale come uno dei piani sul quale andare a costruire lo stesso partito di classe, modernamente comunista e rivoluzionario.

Sebastiano Pira per il
Coordinamento provinciale slai cobas del Trentino
CELL.3482448231
Giugno 2015_

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