Whirlpool di Trento: gli imbrogli contro gli operai

La chiusura dello stabilimento Whirlpool è una decisione maturata già da molto tempo e rappresenta il traguardo raggiunto dopo un percorso durato anni.
Durante una lunga fase, la multinazionale ha potuto crearsi le condizioni migliori per dismettere la produzione a Spini agendo del tutto indisturbata se non addirittura agevolata. Non corrisponde alla verità l’affermazione secondo la quale l’attuale momento storico, che chiamiamo comunemente con il termine di “crisi”, sia all’origine di tale chiusura. A fronte di dichiarate flessioni di mercato e di riduzioni di vendite è impensabile pensare di mantenere analoghi margini di profitto che si realizzano in momenti di crescita della domanda. E’ evidente che, o il gruppo multinazionale si adegua alla fase reale di mercato rassegnandosi a diminuire gli introiti, oppure è chiaro che deve attuare misure socialmente devastanti nel tentativo, peraltro perdente, di spostare in avanti questo scenario. Ciò che avviene oggi a Trento rischia di ripetersi nel futuro prossimo presso altre sedi della multinazionale siano esse situate in Italia o all’estero. In parole povere è impensabile che la proprietà multinazionale oggi pensi di poter guadagnare come faceva ieri o perfino di più. La delocalizzazione della produzione presso Hub nazionali o europei è solo la scusa per rivendicare ancora una volta che è la collettività a doversi fare carico della logistica e delle condizioni ambientali in cui operano le aziende. Si vogliono le migliori condizioni fiscali e il massimo dei contributi pubblici, poi si vogliono le strade migliori e i collegamenti nodali per la distribuzione veloce delle merci. Si vogliono pagare bassi salari agli operai ma nello stesso tempo si vuole che poi spendano i loro pochi soldi per acquistare quei beni che loro stessi producono. Si vorrebbe delocalizzare dove costa meno ma vendere ad alti costi e distribuire nel mondo grazie a corridoi veloci come la TAV fatta a propria immagine e somiglianza ma naturalmente senza pagarne i costi folli. In definitiva il problema è che la classe imprenditoriale sembra vivere come gli aristocratici del passato ai quali tutto era dovuto per diritto divino. E’ impensabile che la proprietà, la direzione, i manager e tutte quelle altre molteplici figure che hanno essenzialmente solo il compito di gestire e controllare i lavoratori pensi oggi di continuare a godere degli stessi o perfino di maggiori privilegi di cui ha sempre goduto. A fonte della crisi deve necessariamente diminuire la spaventosa differenza tra i privilegiati e gli operai con il fine di garantire a tutti uno stipendio adeguato ad una sussistenza dignitosa . A fronte della crisi, che si è sviluppata negli anni, l’azienda ha invece attuato una politica di incremento della produzione a parità di lavoratore/trice e impiegato/a. Sono significative e molto istruttive, a tale proposito, le interviste rilasciate da alcuni operai e operaie in questi giorni comparse sulla stampa locale: “… eravamo al punto che all’azienda interessava più la pulizia, della qualità del prodotto se ne fregava…”, “…abbiamo fatto di tutto, ci siamo abituati a ritmi più lunghi, adeguando la nostra vita…”, “…dal 2011 ci hanno sfruttato col sistema del cadenzometro, un pezzo ogni tot secondi, diventi un robot…”, “… non stavamo più dietro ai ritmi di lavoro, volevano il massimo con meno lavoratori…”, “… c’è chi si è visto negare una settimana di lavoro a luglio…” ( giornale Trentino 02/07/13 ). Ma se oggi sono gli operai a subire gli effetti di questa procedura volta a mantenere alti i profitti per il vantaggio di pochi, non sono certo costoro il soggetto sociale che è stato il primo protagonista dell’azione in questi ultimi anni. Va denunciato infatti che i soggetti principali di tale vicenda sono stati da un lato la proprietà e dall’altro la Provincia Autonoma di Trento che ha fornito una sorta di aureola di autorevolezza alla multinazionale Whirlpool controfirmando l’accordo con il quale nel 2007 veniva acquistato dall’ente “pubblico” il capannone per un prezzo complessivo di 45 milioni di euro più 9 di tasse. Ma nessun accordo sarebbe stato possibile se l’intera operazione non fosse stata portata a termine grazie al ruolo svolto tra i lavoratori dai sindacati confederali CGIL, CISL, UIL. Nell’ambito metalmeccanico il ruolo più significativo, poi, è stato svolto proprio da quel settore della CGIL che dovrebbe invece porsi alla testa degli operai nella lotta per la difesa del proprio posto di lavoro ossia la FIOM che ha lavorato perché i tre soggetti costituiti da impresa, politica e sindacati confederali, fossero credibili agli occhi dei lavoratori. Oggi questi tre soggetti sono costretti a riconoscere che già nel 2007 il destino era sostanzialmente segnato ma non spiegano che tipo di politica abbiano portato avanti in questi lunghi anni per scongiurare questo esito e per salvaguardare tutti questi posti di lavoro insieme a condizioni di lavoro perlomeno dignitose.
Una volta conquistatasi le condizioni migliori con la vendita dello stabile, la multinazionale ha infatti spremuto il più possibile ciò che c’era da spremere, formulando con i sindacati confederali degli accordi, come quello del dicembre 2011, volti ad accentuare ulteriormente lo sfruttamento dei lavoratori. E’ bene ricordare che tale accordo maturò sotto il ricatto del licenziamento di ben 100 dipendenti e come tale fu un imposizione che non si si sarebbe dovuta sottoscrivere.
Ma per capire quali siano i contenuti degli accordi è necessario che si entri finalmente nel merito di chi ha firmato cosa in tutti questi anni ed è giusto che i lavoratori che sono stati esclusi dal quadro complessivo di ciò che è stato concordato, possano oggi, insieme ai cittadini contribuenti conoscerne tutti i retroscena. Tutti questi accordi devono essere oggetto di discussione pubblica perché si possa coglierne il loro reale significato e reali conseguenze. Il paradosso è che se nel 2007 la Provincia non avesse acquisito lo stabilimento ci sarebbero state condizioni molto migliori per portare avanti una lotta significativa volta al mantenimento della produzione a Trento. Oggi la multinazionale non ha più il problema di dover piazzare sul mercato una proprietà immobiliare e può concentrarsi alla delocalizzazione ancora più facilmente di 6 anni fa. E’ grave, poi, che la Provincia Autonoma porti avanti operazioni finanziarie e immobiliari, sulla pelle dei lavoratori e dei contribuenti, saltando processi di trasparenza, con la scusa di provvedimenti precipitosi come nel 2007 e fuori da ogni controllo sociale.
Gli operai, le operaie della Whirlpool e dell’indotto, insieme agli impiegati, potranno salvaguardare il proprio posto di lavoro, o comunque limitare per lo meno i danni, solo se sapranno legare i loro interessi a quelli più ampi e variegati di tutti gli strati sociali meno abbienti rendendo questa chiusura annunciata un problema collettivo e nazionale e se sapranno liberare la loro capacità di lottare da questa morsa oppressiva rappresentata da padronato, politica “privatizzata” e sindacalismo confederale.

SLAI COBAS coordinamento provinciale di Trento

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