SOLIDARIETA’ AGLI OPERAI INDIANI

Lo slai cobas del Trentino esprime tutta la sua solidarietà agli operai indiani colpiti dalla repressione e sottolinea come questi operai abbiano saputo scegliere, in modo esemplare per gli operai di tutto il mondo, la via della lotta e della rivolta di classe.
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CONFLITTI – Maruti Suzuki produce metà delle auto vendute ogni anno nel paese, grazie al boom dei consumi interni. E al lavoro precario dei suoi operai
La protesta sindacale finisce in battaglia: dirigente aziendale ucciso in India

Centinaia di poliziotti sono schierati da ieri davanti allo stabilimento automobilistico Maruti Suzuki di Manesar, una 50ina di chilometri dalla capitale indiana New Delhi. Un dirigente aziendale morto, oltre 70 feriti e un centinaio di lavoratori arrestati – e parte dello stabilimento incendiato – sono il bilancio, finora, del conflitto industriale esploso mercoledì sera.
Ci sono versioni contrastanti su cosa abbia portato all’escalation di violenza. Da tempo alla Maruti Suzuki, l’industria che produce circa metà delle auto vendute ogni anno in India, è aperta una vertenza su salari e contratti; di recente i lavoratori hanno democraticamente votato una nuova rappresentanza sindacale, la Maruti Suzuki Worker’s Union, con cui l’azienda è restia a negoziare. Ma sindacato e direzione aziendale hanno versioni opposte sui fatti. L’azienda dice che tutto è cominciato quando dei lavoratori hanno picchiato un supervisore in una catena di montaggio; il sindacato avrebbe protetto gli aggressori, chiamando i lavoratori a bloccare gli uffici dei dirigenti.
Anche il sindacato parla di una questione disciplinare, ma di natura ben diversa: quando un lavoratore è stato insultato da un capetto per essere un dalit (ovvero un fuoricasta, quelli una volta detti «intoccabili») gli altri lavoratori hanno protestato. La direzione aziendale ha sospeso il lavoratore insultato, come il facinoroso di turno, e ha rifiutato di discutere la questione con il sindacato; anzi, «ha chiamato centinaia di picchiatori prezzolato per picchiare i lavoratori» e riportarli a disciplina, dichiara Ram Meher, presidente della Suzuki Maruti Workers Union, in un comunicato.
Il risultato è stata una sorta di battaglia nello stabilimento, con i dirigenti bloccati, uffici sfasciati, e poi le fiamme. Awanish Kumar Dev, responsabile delle «risorse umane», è morto tra le fiamme: la polizia sta cercando di ricostruire i dettagli. Tre dirigenti giapponesi dell’azienda sono pure rimasti feriti. La calma è tornata quando è intervenuta la polizia, che ha arrestato un centinaio di lavoratori – tra cui attivisti e dirigenti sindacali. Lo stabilimento ora è chiuso (e le azioni della Maruti Suzuki alla Borsa di Bombay ieri sono scese del 7%).
Il sindacato denuncia l’uso della discriminazione di casta tra i lavoratori, e accusa la polizia e il governo dello stato di Haryana di essersi schiarata pregiudizialmente a difesa dell’azienda – chiede il rilascio degli arrestati. Maruti Suzuki, joint venture indo-giapponese, è tra le grandi beneficiarie del boom dei consumi nell’ultimo decennio in India, con vendite in ascesa. Ma i suoi grandi profitti non si sono tradotti in miglioramenti per i suoi lavoratori. Anzi: a Manesar, che sforna mezzo milioni di auto all’anno, due terzi dei dipendenti sono precari (su 4.700 dipendenti solo duemila hanno il contratto regolare): cioè svolgono le stesse mansioni degli altri, ma per metà del salario. Di sicuro c’è questo dietro alla violenta esplosione

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