RELAZIONE INTRODUTTIVA: ASSEMBLEA NAPOLI del 3/07 Slai Cobas e USB

Sindacato dei Lavoratori Autorganizzati Intercategoriale  S.L.A.I. cobas

 Dal No di Pomigliano al rifiuto della collaborazione sindacale coi padroni e governi

 ASSEMBLEA NAZIONALE Sabato 3 luglio 2010 – Hotel Ramada

 Relazione introduttiva: per lo Slai cobas: Mara Malavenda

 In un clima di intimidazione che ci ricorda il periodo fascista e la Fiat di Valletta, il 22 giugno scorso, mentre ai cancelli si teneva un presidio con delegazioni delle fabbriche Fiat dei sindacati di base, in fabbrica gli operai con lo Slai cobas, “da soli e contro tutti” hanno messo in moto, organizzato e dato immediata credibilità al fronte del NO rompendo l’isolamento nei reparti dove erano i capisquadra a fare le assemblee al posto dei sindacati che hanno da tempo abdicato al proprio ruolo. Lo stesso giorno, dopo gli scioperi e le mobilitazioni operaie delle fabbriche Fiat nei principali stabilimenti, i lavoratori dell’Alfa di Arese, con lo Slai cobas, bloccavano le portinerie contro il ‘piano Marchionne’.

 La scelta tattica dello Slai cobas di “scendere in campo” all’ultimo momento è stata presa per “sorprendere e spiazzare” quanti, assieme alla Fiat, si apprestavano a gestire un referendum-truffa organizzato senza alcuna opposizione in fabbrica e alcun controllo ai seggi, da concludersi con un Si plebiscitario con schede false infilate nelle urne da sindacati complici come fecero FIOM-FIM-UIL nel referendum-truffa dell’87 che consentì la svendita del gruppo Alfa Romeo alla Fiat fatta all’epoca dal governo Craxi con Prodi presidente dell’Iri.

 Il 22 giugno abbiamo tutelato e rappresentato anche gli iscritti della Fiom scaricati dal proprio sindacato che ha scelto un’ambigua “latitanza referendaria”, non presentandosi in commissione elettorale, non designando scrutatori, dichiarando illegittimo il referendum ma invitando i lavoratori a recarsi a votare per …”evitare rappresaglie aziendali”. E ciò senza avere nemmeno il coraggio di pronunciarsi per il NO. In sintonia con la campagna di “terrore e ricatto” voluta dalla Fiat e auspicato dall’asse Marchionne-Bersani-Berlusconi e CGIL-CISL-UIL, nel tentativo di imporre, direttamente all’interno dei rapporti di produzione, la controriforma eversiva del diritto del lavoro e delle libertà sindacali e la messa in moderna schiavitù dei lavoratori. L’ultima volta ci provarono per l’appunto Valletta e Mussolini!

 La Fiom avrebbe potuto bloccare il referendum impugnando l’accordo interconfederale del 20/12/93, ed il regolamento unitario del 21/9/93 (firmati da Cgil-Cisl-Uil ed assunti da Fiom-Fim-Uilm): quest’ultimo, all’art. 15, comma 2, prevede che …”le operazioni di voto dovranno essere effettuate dopo almeno 15 giorni dalla indizione e non oltre 21 giorni dalla stessa”… e, quindi, non certo entro i 2 giorni pretesi da Marchionne!

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 Possiamo capire Uilm e Fim, ma non Landini che balbettava la illegittimità del referendum ma si guardava bene dall’impugnarlo e si rendeva immediatamente disponibile a trattare sulla “melfizzazione in peggio” ed il collegato peggioramento lavorativo e sociale della condizione operaia.

 E’ utile ricordare che il giorno del voto la Fiat pretendeva il “trionfalistico” risultato dei SI all’85% appoggiata dal coro dei sindacati confederali che prevedevano il NO al 5%, mentre praticamente “tutti” – dall’estrema sinistra alla destra passando per il centro – davano per scontata comunque una grossa affermazione dei Si pari alle pretese della Fiat.

 La tendenza, anche a “sinistra” di dare per scontato un plebiscito di SI, non ha certo aiutato i lavoratori né lo Slai cobas. Eppure, senza un evidente sbilanciamento a rimorchio del pensiero “dominante” della cosiddetta “sinistra sindacale”, non ci voleva molto a “vedere” le difficoltà incontrate in fabbrica, e non solo, dal cosiddetto ‘piano Marchionne’.

 Basta ricordare il repentino ritiro della Fiat del vergognoso spot di “fabbrica Italia” dopo la lettera scritta a sua figlia Mayra da Anna Solimeno, la mamma operaia dello Slai cobas.

 Basta ricordare il misero fallimento della fantozziana fiaccolata organizzata dalla Fiat.

 Basta ricordare le assemblee del 20 maggio scorso del 2° turno (il primo era in cassa integrazione) dove i 1.500 lavoratori presenti e senza alcuna paura approvano con voto palese e per alzata di mano (nessun contrario, nessun astenuto) la mozione presentata da Luigi Aprea dello Slai cobas e bocciavano l’irricevibile proposta Fiat ritirando il mandato a trattare ai sindacati confederali. A quegli stessi FIOM-FIM-UILM-FISMIC che, per non creare problemi alla Fiat, fecero di tutto per censurare l’esito delle assemblee sui media compiacenti!

 E’ evidente che “erano in parecchi” quelli che speravano di “salvare la faccia” usando il referendum per addossare ai lavoratori le gravi responsabilità di differenziate scelte sindacali tutte comunque accomunate da strategie di cedimento, svendita e disarmo.

 Facile profezia è stata la previsione del NO al 40%. Questo considerato la “necessità” di impostare a “blitz”, giusto nel giorno del voto, la campagna del NO! Era l’unico modo di coglierli di sorpresa e impedire la programmazione dei brogli. In caso contrario sarebbe stato possibile l’affermazione del NO al 70%! Questo se non ci fossero stati sindacati doppiogiochisti e formazioni politiche oggi allo sbando che finiscono col trasmettere più una pericolosa ed inquietante confusione nel movimento che chiarezza di analisi e strategia.

 Queste pericolose ambiguità presenti nel cosiddetto “movimento” nei giorni scorsi ci hanno fatto rischiare grosso, specie se avessimo inseguito, come in tanti chiedevano, la proposta della Fiom di finto boicottaggio del referendum.

 E’ proprio in un simile contesto “reggicodista” che si consumò la beffa referendaria che nel 1995 portò alla disastrosa approvazione dell’abrogazione parziale dell’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, che passò con uno scarto di soli 13.000 voti a fronte di 25 milioni di voti validi.

 Il risultato del referendum fu frutto di brogli elettorali. Brogli consentiti dal comportamento inquinante della cosiddetta “sinistra” Fiom-CGIL, di Rifondazione Comunista, gruppi e gruppetti collegati e qualche sindacato di base, che organizzarono la raccolta di firme anche sul quesito parziale, di fatto contrapposto a quello totale per l’abrogazione secca dell’intero art. 19.

 Ciò vanificò la pur notevole iniziativa dei lavoratori che forti di quella che all’epoca passò alle cronache come la “stagione dei bulloni”, si ponevano l’obiettivo di abbattere una norma liberticida che imponeva il monopolio di CGIL-CISL-UIL e precludeva (e ancora preclude) ogni possibilità di democrazia per i lavoratori stessi.

 E’ dall’insieme di tali vicende che deriva il restringimento della democrazia nei luoghi di lavoro e nella società con la rappresentanza sindacale consegnata al riconoscimento datoriale con la firma dei contratti bidone.

 E oggi più che mai la questione sindacale diventa una vera e propria “emergenza democratica e politica” in ogni posto di lavoro, sia pubblico che privato, perché l’attacco alla democrazia sindacale è uno dei principali strumenti usati dal padronato, e dai vari governi che si sono succeduti, per impedire ai lavoratori ogni idonea difesa.

 Alla luce dei fatti possiamo in sostanza ben dire che i sindacati confederali – e molte delle collegate forze che si autodefiniscono “radicali, antagoniste o di movimento” – hanno svolto in questi anni un oggettivo ruolo di “cavalli di Troia” tra i lavoratori indipendentemente dalla loro buona o mala fede… E questo oggi, in molti, continuano a fare!

 E’ dovuta alla consapevolezza di ciò la sconfitta politica – e in questo senso anche “mediatica” – prima che sindacale, delle trame neofasciste di Marchionne e dei suoi complici. E non è stata frutto del caso, né di un indefinito “spontaneismo operaio” con cui, tutti, oggi, vorrebbero “cingersi al testa”.

 E se l’esito di una lotta è dato dalla posta in gioco, la grande lezione che hanno dato i lavoratori dell’Alfasud va ben oltre la pur momentanea sconfitta della Fiat: per capire i termini della questione basterebbe pensare a cosa sarebbe accaduto a Pomigliano, in Italia e in Europa, se fosse passato il ‘piano Marchionne’ con la resa incondizionata dei lavoratori.

 Lo scorso 22 giugno abbiamo dimostrato l’insostituibile ruolo dei sindacati di base capaci di ridare “forza e voce” ai lavoratori, infliggendo un duro colpo alla filosofia generale contenuta nel ‘piano Marchionne’ e ponendo una importante premessa e direzione di marcia per la ripresa delle lotte.

 Tutto ciò “rischiara” una fase che, tra l’altro, scontava l’evidente difficoltà strategica delle lotte di resistenza dei lavoratori e di quelle sociali, che anche se forti e destinate ad allargarsi sotto i colpi della crisi, sembravano non bastare ad impedire quel “ritorno al medioevo” in cui la devastante controffensiva globale del capitale e l’involuzione a destra dell’intero quadro politico volevano precipitarci.

 Lo scorso settembre, nell’assemblea tenuta proprio in questo luogo ed indetta da Slai cobas ed RdB, lo avevamo affermato: “con l’appoggio ai licenziamenti politici del 2006 e ai reparti confino, col sequestro del voto delle RSU concertato con la Fiat in funzione del ‘piano Marchionne’, FIOM-FIM-UILM a Pomigliano stanno scrivendo una delle pagine più nere della storia sindacale”! E’ su questa scia che Brunetta ed i sindacati collaborazionisti hanno deciso il rinvio “per legge” delle elezioni anche nel pubblico impiego incluse quelle per la scuola già scadute dal 2009.

 Come ieri Prodi, oggi Berlusconi, la Confindustria e l’insieme dei poteri economici e finanziari predicano la necessità dei drastici sacrifici e della solidarietà tra chi sfrutta e chi è sfruttato per “superare la crisi” nella speranza di indurre i lavoratori a rassegnarsi alla pretesa ineluttabilità della politiche di lacrime, sangue e macelleria sociale con cui intendono, in sopraggiunta, realizzare una sconfitta “epocale” dell’intero movimento di lotta dei lavoratori.

 Una controriforma classista che oggi, con lo spauracchio della crisi, rilancia ed attualizza la filosofia della “strategia dell’EUR”, varata dalla CGIL nel 1977 (con 33 di anticipo su Berlusconi) per la “trasformazione dei diritti dei lavoratori, della democrazia e del dettato costituzionale in variabile dipendente dalle prevalenti necessità dell’impresa”.

 Ma non è infatti questo che Marchionne voleva imporre a Pomigliano? Non è forse questa la filosofia delle modifiche costituzionali previste da Berlusconi?

 Viene da lontano l’internità di questo sindacato alle passate, presenti e rinnovate logiche di sfruttamento e dominio capitalistico sulla forza lavoro e sull’intera società, come il suo ruolo di finta opposizione per il controllo, il travisamento ed il disarmo del conflitto sociale.

 La collegata e cosiddetta sinistra sindacale non è avulsa da una quantomeno oggettiva funzionalità a questo disegno.

 Sono molteplici le responsabilità che in questi anni stavano portando allo sfascio il movimento operaio e dei lavoratori in generale!

 Ma come fa la FIOM , ad esempio, a parlare di democrazia e diritti a Pomigliano ed accettare i reparti confino mentre continua ad impedire, insieme alla FIM ed alla UILM, la rielezione delle RSU scadute da oltre un anno? A parlare di democrazia e diritti e presentare una legge di iniziativa popolare sulla rappresentanza sindacale scritta sotto evidente dettatura della Fiat?

 Ma come fa a “respingere” il ricatto-Fiat accettandone la sostanza con la richiesta di applicare il contratto nazionale del gennaio 2006 dove FIOM-FIM-UILM sancirono la totale “flessibilità del rapporto di lavoro, dei turni e degli orari, dello straordinario, la sottomissione per 5 anni dei nuovi assunti alle forche caudine dei contratti precari, la fruizione dei permessi personali retribuiti con l’obbligo di prenotarli 15 giorni prima e vincolati tra l’altro alle percentuali di assenteismo non superiori al 5% complessivo, l’orario plurisettimanale con lo sfondamento della 40 ore, l’utilizzo degli stessi permessi retribuiti per l’istituzione di turnazioni aggiuntive funzionali ai 18 turni e la deroga alle normative legali”?

 Come dimenticare proprio la straordinaria ribellione operaia contro il contratto messa in atto il 14 febbraio 2006, in tutti i turni di lavoro, da 4.000 lavoratori dell’Alfa di Pomigliano che, a muso duro, a volto scoperto e con lo Slai cobas, respinsero al mittente l’infame contratto, zittirono i sindacalisti confederali, e votarono ancora una volta unanimi, con voto palese e per alzata di mano (nessun contrario- nessun astenuto) la mozione dello Slai cobas nelle assemblee?

 Come dimenticare il licenziamento di 8 operai dello Slai cobas dove il mandante fu Rinaldini con un comunicato servilmente riportato il giorno dopo da “il Manifesto”.

 E non fu certo per caso che, mentre la Fiat procedeva spedita nel piano di ‘normalizzazione antioperaia’ mettendo a punto i corsi di ‘formazione disciplinare’ e le liste di proscrizione dei lavoratori da avviare al reparto-confino di Nola, ancora Rinaldini plaudiva Marchionne definendone il ‘piano’ come… “una innovazione da seguire, una sfida positiva”.

 E ai nuovi scioperi contro la ‘disciplina da caserma’ seguì l’ennesimo tentativo di licenziamento (3 operai dello Slai cobas, 2 della Fiom e qualcuno addirittura della Fim), poi il trasferimento al ‘confino’ di Nola di oltre 300 lavoratori di cui la metà con ridotta capacità lavorative per patologie professionali, oltre 100 iscritti al solo Slai cobas, e qualche decina tra tutti gli iscritti ai sindacati confederali compresa la Fiom che non a caso ancora oggi si guarda bene dal denunciare che, tra le nefandezze del ‘piano Marchionne’, è previsto il rilancio e l’uso strutturale e massiccio in chiave antisindacale dei reparti-confino!

 E’ evidente che, Landini (come allora Rinaldini) fa finta di non sapere che, al punto 12 del ‘lodo Marchionne’…”si conferma la missione del Polo Logistico di Nola”… e si prevedono “nuovi trasferimenti di personale dalla sede di Pomigliano d’arco”.

 Appena il 7 aprile scorso la Fiat incassava la firma di FIOM-FIM-UILM all’ulteriore taglio occupazionale per 500 addetti collocati in mobilità che si aggiungevano al licenziamento di 200 lavoratori precari: ma che credibilità può avere un ‘piano di sviluppo produttivo’ che comincia col licenziamento di 700 lavoratori?!

 Se per la produzione delle Panda è sufficiente il 25% degli addetti impegnati per quella delle Alfa Romeo la produzione si potrebbe realizzare negli attuali 2 turni su 5 giorni settimanali. Se tutti sappiamo che oggi, in tempo di crisi strutturale, è impossibile prevedere le future richieste di mercato negli anni a venire, come si può dare credibilità alle 270 mila Panda all’anno previste dalla Fiat per il …2015?! E’ facile dedurre che questa “cifra” è semplicemente una mera invenzione “politica ad uso mediatico” della Fiat, come ben sanno tutti, forze politiche, istituzionali, partitiche e sindacali… E tutti fanno finta di non sapere!

 Ci sarebbe piaciuto che fosse stato qualche sindacato confederale, o qualche ‘giornalista d’assalto’ a rendere evidenti queste inconciliabili contraddizioni. Purtroppo è la stessa Fiat a smentirsi da sola col ‘piano Marchionne’ prevedendo, nero su bianco, nuova cassa integrazione a tutto il 2012 e poi il totale disimpegno produttivo con la postilla: “fatti salvi eventuali slittamenti dell’avvio produttivo dovuti alla complessiva situazione economica internazionale e/o alle condizioni di mercato”.

 Come non vedere che il ‘piano Fiat’ per Pomigliano consiste semplicemente nella scelta di saturare al massimo impianti e lavoratori per farli lavorare ancora meno giorni all’anno, per garantirsi la flessibilità produttiva per qualunque produzione scelga, ed il previsto ridimensionamento occupazionale (proprio come già fatto ad Arese)… e per il resto ci pensa lo Stato con la cassa integrazione.

 Ma come dare credibilità e copertura politica e sindacale ad un’azienda che già ‘stanziò’ per Pomigliano 2 miliardi e mezzo di euro, nell’ordine di mezzo miliardo all’anno per il quinquennio 2003/2007, “per garantire la missione produttiva della gamma Alfa con iniziative finalizzate a ricerca, sviluppo, innovazione ed ingegnerizzazione delle nuove produzioni” previste dagli accordi sindacali firmati da FIOM-FIM-UILM il 24 aprile del 2003 all’Unione Industriali di Napoli?

 Qualcuno ha oggi il coraggio e la dignità di chiedere conto alla Fiat dei multimiliardari finanziamenti pubblici erogatigli negli ultimi 30 anni dalla compiacenti istituzioni locali e nazionali e dalla comunità europea? Noi si!

 Qualcuno ha il coraggio e la dignità di chiedere chi si è messo in tasca i soldi dei finanziamenti pubblici (quali politici, quali sindacalisti, quali faccendieri, quali partiti) ricevuti dalla Fiat, per fare investimenti mai fatti, utilizzati per chiudere le fabbriche in Italia e delocalizzare la produzione all’estero? Soldi in parte esportati nei tesoretti della Famiglia Agnelli nei paradisi fiscali all’estero? Noi si!

 Sappiamo che negli ultimi 30 anni la Fiat ha ricevuto dallo Stato ben 500 miliardi di euro di finanziamenti pubblici (cinque volte quanto ricevuto dalla Grecia dalla comunità europea). Ma qualcuno ipotizza e verifica l’ipotesi di “truffa continuata” ai danni dello Stato”? Noi lo faremo!

 Ma qualcuno può oggi pensare che, dopo tutto questo, la Fiat può veramente chiudere Pomigliano, dopo aver smantellato l’alfa di Arese, chiuso Termini Imerese, smantellato impianti dappertutto e delocalizzato all’estero? Nascerebbero grossi guai politici, sindacali, sociali e giudiziari, nonché di ordine pubblico, per Marchionne e tutti i suoi complici! E la Fiat lo questo lo sa bene!

 Ma non è bastata la lezione degli operai polacchi della Fiat che, dopo essere entrati in schiavitù, vedono messo a rischio il loro posto di lavoro? Chi si fa pecora il lupo lo mangia: è questo l’insegnamento internazionalista che abbiamo voluto dare come operai della Fiat di Pomigliano a quelli del Brasile, del Messico, degli Usa, della Serbia e della Turchia. E’ innanzitutto questa la risposta di fatto che abbiamo voluto dare alla lettera inviataci dagli operai Fiat delle Polonia: se alziamo la testa possiamo farcela anche se sembra impossibile. Senza entrare in concorrenza tra noi e mantenendo tutti il nostro lavoro, i nostri diritti e la nostra dignità!

 Intanto non staremo fermi perché è nostra precisa volontà riportare in fabbrica la democrazia, dire basta alla vergogna dei reparti-confino, e “annullare ed archiviare” definitivamente il reazionario ‘piano Marchionne’ mettendo nell’angolo chi lo sostiene.

     

  • Abbiamo già avviato in questi giorni l’iter giudiziario per l’annullamento dell’accordo-capestro che contrasta con diritti superiori a quelli contrattuali”.
  •  

  • Abbiamo già dato mandato al nostro ufficio legale per denunciare FIOM-FIM-UILM per il sequestro da oltre un anno del diritto dei lavoratori di Pomigliano a scegliere col voto le proprie rappresentanze sindacali di fabbrica.
  •  

  • Abbiamo già indetto scioperi contro lo straordinario, e li faremo, e sfidiamo fin d’ora la Fiat a farci gli annunciati provvedimenti disciplinari.

Le manifestazioni nazionali e gli scioperi indetti dall’USB, le mobilitazioni di questi giorni nelle fabbriche Fiat, la mazzata assestata nei giorni scorsi a Marchionne dagli operai e dallo Slai cobas a Pomigliano, rappresentano quella “alterità di classe” oggi indispensabile all’orientamento ed allo sviluppo della mobilitazione e delle lotte di tutti i lavoratori, sia privati che pubblici, precari o immigrati.

Vogliamo avviare, con quest’assemblea, una difficile ma necessaria prospettiva per un percorso proiettato oltre il pur valido bisogno “tattico, immediato e difensivo” che ci accomuna nella necessità di far fronte al violento attacco padronale. Questo perché pensiamo che (proprio a partire dalla forte solidarietà unitaria e militante portata dal sindacalismo di base e dalle delegazioni delle fabbriche Fiat ai cancelli della fabbrica lo scorso 22 giugno, e dalla “valenza generale e per tutti” del risultato ottenuto) nessuna organizzazione dei lavoratori che si dica orientata a logiche di classe oggi “può e deve sottrarsi” alla delineazione di una prospettiva di autonomia politica e di classe, non solo economica, dei lavoratori e del proletariato.

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