Articolo quotidiano la Repubblica: Vertenza SLAI Cobas cambio tuta ed elemetto

Venerdì 28 Agosto 2009 12:24

LAREPUBBLICA.IT – ECONOMIA
Alla Magona di Piombino gli operai chiedono di esser retribuiti per i “tempi di vestizione”
Salopette, scarponi, elmetto. Per i sindacati 43 ore di lavoro l’anno regalate al datore

Cipputi, vertenza su tuta ed elmetto
Per indossarli 10 minuti non pagati

“Chi ha lavorato vent’anni con questo sistema raggiunge una cifra notevole: 8.600 euro”
di MICHELE BOCCI

Cipputi inizia la battaglia per il “Tempo tuta”. Una delle capitali italiane della siderurgia lotta perché indossare la salopette e le scarpe anti-infortunio sia considerato lavoro. Gli operai che timbrano il cartellino già cambiati, magari all’ingresso del loro reparto, regalano minuti e dunque soldi al padrone.
Per avere indietro quel denaro lo Slai Cobas avvia una serie di vertenze. A partire da Piombino, città di acciaierie e tradizionale teatro di grandi scontri sindacali.

I Cobas calcolano che in un solo giorno di lavoro, tra vestirsi per iniziare il turno e spogliarsi prima di tornare a casa, si perdano tra i 5 e i 15 minuti. Alcune fabbriche hanno messo le macchinette che leggono i cartellini degli operai prima degli spogliatoi, altre direttamente all’ingresso del reparto. La Magona, acciaieria con 5-600 addetti nata nel 1891 e oggi in mano al gruppo Arcelor-Mittal, è tra queste ultime. “Io perdo un sacco di tempo per vestirmi – racconta Maurizio Rossi, operaio e rappresentante provinciale dello Slai Cobas – Entro in acciaieria, vado al mio armadietto, mi spoglio e indosso la tutta. Due pezzi a cui d’inverno si aggiungono le giacche. Poi infilo le scarpe anti-infortunio e l’elmetto. Infine devo camminare 700-800 metri per raggiungere il posto di lavoro. Solo a questo punto timbro. Stessa cosa si ripete a fine turno. Vorrei sapere quanti soldi regalo al padrone”.

Il suo sindacato ha fatto un calcolo. Se si considera una media di 10 minuti impiegati tra vestirsi e spogliarsi, in capo ad un anno da 260 giorni di lavoro, i minuti diventano 2.600, cioè quasi 43 ore. A 10 euro l’una fa 430 euro lordi l’anno. “Chi ha lavorato vent’anni con questo sistema raggiunge una cifra ragguardevole: 8.600 euro”, riflette Giancarlo Chiarei, anche lui rappresentante sindacale. L’ipotesi è quella di avviare vertenze per far incassare il denaro agli operai o al limite per far recuperare le ore spese a vestirsi e spogliarsi.

Da alcuni giorni è iniziato il volantinaggio ai cancelli della Magona. A settembre i Cobas tenteranno la conciliazione con l’azienda davanti alla Direzione provinciale del lavoro di Livorno. “Se l’esito sarà negativo andiamo in tribunale – dice Chiarei – Dalla nostra parte c’è una direttiva comunitaria del 2003 che dice: “L’orario di lavoro è qualsiasi periodo in cui il dipendente sia al lavoro a disposizione del datore, nell’esercizio della sua attività e delle sue funzioni”. E indossare la tuta da operaio vuol dire eseguire disposizioni dell’azienda. Cioè svolgere un’attività che deve essere retribuita”.

Dalla sede di Milano dello Slai Cobas, il membro dell’esecutivo nazionale del sindacato Francesco Rizzo ricorda che in Italia sono in piedi altre vertenze simili a quella di Piombino: “In alcuni casi siamo riusciti già ad ottenere una decisione della magistratura. Abbiamo ad esempio vinto con la Standa, con la fabbrica di vernici Max Meyer e pure con alcune cooperative che qua in Lombardia lavorano nel settore sanitario. Adesso siamo in campo nel settore dell’industria pesante”.

(4 agosto 2009)

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/economia/industria-3/vertenza-tuta/vertenza-tuta.html

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Un pensiero su “Articolo quotidiano la Repubblica: Vertenza SLAI Cobas cambio tuta ed elemetto

  1. La questione del computo del tempo di vestizione e svestizione (c.d. tempo-tuta) del lavoratore nella definizione di orario di lavoro è materia non espressamente regolata in sede legislativa, ma – come è noto – l’art. 1, co. 2, lett. a), D.Lgs. 8 aprile 2003 n. 66, prevede che per orario di lavoro si intende “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni”.
    Ma dalla definizione legale risultano esclusi i riposi intermedi, meglio definiti come pausa caffè e pausa mensa (per chi fa i turni).
    Lavoro nel settore chimico, l’azienda non riconosce il tempo tuta. La mia domanda è: se vado in vertenza si rischia la perdità delle pause caffè (che sono per il lavoratore recupero psicofisico) e la pausa mensa ?

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