DICHIARAZIONE CONGIUNTA: ASTENSIONISMO ATTIVO NELLA PROSPETTIVA DELLA COSTRUZIONE DEL POTERE OPERAIO E POPOLARE

Esistono oggi tutte le condizioni materiali per assicurare all’intera umanità benessere economico e adeguate condizioni di lavoro e di vita. Queste condizioni sono però monopolizzate dai padroni e dalla finanza che le usano contro i lavoratori e le masse popolari per assicurare privilegi e profitti a sé e alla massa di media e piccola borghesia privilegiata con cui condividono il potere statale ed economico.

Questa contraddizione  sempre più profonda sta generando una crisi economica e politica che non ha precedenti nella storia e che spinge il capitale e le borghesie degli USA e delle principali potenze del mondo a cercare soluzioni tampone nell’abbassamento dei salari (abbattimento del valore della forza lavoro), nella flessibilizzazione e precarizzazione, nella disoccupazione, nel furto delle pensioni, nella cancellazione progressiva della sanità pubblica e di altri servizi essenziali, nella rapina delle risorse economiche e produttive dei popoli di tutto il mondo,  nella distruzione delle piccole proprietà agricole e commerciali ad opera delle potenze imperialiste (Italia compresa) nei paesi del cosiddetto terzo mondo con conseguenti ondate migratorie ecc.

Le principali potenze imperialiste del mondo, con alla testa gli USA, oggi stanno iniziando a preparare la terza guerra mondiale perché ormai sono convinte di poterla vincere grazie alle nuove tecnologie ed ai nuovi sistemi di arma. Su scala planetaria tutte le aree strategiche sotto il profilo economico e politico-militare sono ormai oggetto di occupazione e posizionamento in vista dei futuri scenari di guerra. Continua a leggere

CONSIDERAZIONI SUL TESTO DELL’APPELLO “PER UN’ASSEMBLEA OPERAIA NAZIONALE A POMIGLIANO D’ARCO IN OCCASIONE DEL CENTENARIO DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE”

drago111Il testo  dell’appello per un’assemblea operaia nazionale a Pomigliano il giorno 04/11/2017, ritiene necessario evidenziare il significato storico della Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Nello stesso testo si sostiene che la Rivoluzione d’Ottobre è stata una formidabile espressione dell’inconciliabilità degli interessi di classe, si afferma inoltre che tale antagonismo è oggi pienamente operante in quanto fatto valere in primo luogo dallo stesso Capitale con la messa in atto di una “lotta di classe alla rovescia condotta dai padroni contro i lavoratori”.  Da cui, si sostiene ancora, l’attualità della necessaria ricostruzione delle organizzazioni sindacali e politiche della classe operaia e dei lavoratori. L’assemblea operaia nazionale di Pomigliano si propone come una scadenza finalizzata, nelle intenzioni dei promotori, alla discussione ed alla riflessione sindacale e teorico-politica nella prospettiva della costruzione del sindacato di classe e del partito di classe.

Non si può che valutare positivamente la proposta di un’assemblea operaia nazionale ed invitare a partecipare o, in alternativa, invitare a promuovere nelle prossime settimane iniziative e scadenze analoghe nelle varie realtà, meglio se specificatamente indirizzate agli operai ed ai lavoratori e eventualmente adeguatamente preparate sui posti di lavoro.

Detto questo, si deve anche evidenziare come le linee portanti dell’appello in questione[1] rimandino a concezioni di fondo distanti da quelle che hanno sostanziato la formazione di quella soggettività rivoluzionaria che, fondendosi con il movimento della classe operaia,  ha preparato e realizzato la Rivoluzione d’Ottobre. Continua a leggere

Contro i Jobs-Act e la “Carta dei diritti CGIL”

SABATO 8 ottobre dalle h 9 alle h 18

SALA DELLA CIRCOSCRIZIONE SAN GIUSEPPE – SANTA CHIARA TRENTO

Angolo Via Perini – Via Giusti 35

Contro i Jobs-Act e la “Carta dei diritti CGIL”

 

SABATO 22 ottobre dalle h 9 alle h 18

SALA DELLA CIRCOSCRIZIONE SAN GIUSEPPE – SANTA CHIARA TRENTO

Angolo Via Perini – Via Giusti 35

AI REFERENDUM COSTITUZIONALI VOTA CON  UN

“NO OPERAIO” !

 

parteciperanno giuristi del lavoro e militanti del sindacalismo di classe

 

Negli ultimi decenni c’è stata una puntuale corrispondenza tra la destrutturazione del sistema costituzionale e le leggi antioperaie ed antipopolari approvate dai vari governi di centro-destra e centro-sinistra, con la complicità e l’appoggio dei sindacati confederali. Queste leggi, da ultimo quella pesantissima del Jobs-Act hanno:   distrutto le pensioni ed i diritti dei lavoratori; liberalizzato i licenziamenti; privato i giovani del futuro e delle speranza di un posto di lavoro; privatizzato scuola e sanità; limitato sempre di più il diritto di sciopero; preparato lo svuotamento dei contratti nazionali; reso i salari sempre più dipendenti dall’andamento dei profitti e dagli imbrogli; diffuso  la repressione antisindacale sui posti di lavoro. Tutto questo mentre sono aumentate le spese militari e si sono moltiplicate le imprese guerrafondaie, mentre si è diffuso la repressione nella società e distrutto la cultura e la ricerca. In questo quadro la cosiddetta  “Carta dei Diritti”, propugnata dalla CGIL come grande battaglia di controtendenza, è un’iniziativa volgarmente propagandistica volta ad imbrogliare i lavoratori, che si traduce nei fatti in una forma di pressione sul governo e sulle forze parlamentari  per approdare alla completa eliminazione dello Statuto dei lavoratori e per destrutturare ulteriormente la vigente legislazione del lavoro a vantaggio dei padroni. Non è possibile illudersi, che senza una forte mobilitazione operaia, proletaria e popolare, autonoma dai partiti di potere (da quelli di destra e centro-destra, al M5S, al PD), dai sindacati confederali, e da una falsa sinistra allo sbando,  una vittoria del NO ai referendum costituzionali possa invertire la situazione. Detto questo, noi siamo per il NO perché vogliamo creare problemi all’avversario di turno, in questo caso ben rappresentato da Renzi-Marchionne. La campagna per il NO può anche contribuire a sviluppare coscienza di classe tra i lavoratori, i giovani e gli strati popolari  evidenziando quella rovinosa prospettiva politica, sociale e culturale, verso cui il capitale industriale e finanziario ci sta portando.

PER LA CRITICA DEL LAVORO SALARIATO

CORSO AVANZATO : 4° INCONTRO SUL CAPITALE DI MARX

Il corso è liberamente aperto a tutti gli interessati

(piano complessivo dell’incontro di venerdi’ 25 marzo, ore 20,30 Mori-TN Via Moderna 21 – c/o sede slai cobas del Trentino – Organizza Associazione Culturale Le Svolte)

 

PRIMA PARTE 1. STRATEGIE E METODI PER LO SFRUTTAMENTO DEI LAVORATORI

SECONDA PARTE 2. L’IMBROGLIO DEL CALCOLO DELL’ INDICE DI PRODUTTIVITA’ DEL LAVORO

TERZA PARTE 3. IL CARATTERE FETICISTICO DEL SALARIO

 

 

PRIMA PARE

Concetti preliminari

  • LA PRODUZIONE
  • LA VALORIZZAZIONE
  • IL VALORE DELLA FORZA-LAVORO
  • IL PLUSVALORE
  • CAPITALE COSTANTE E CAPITALE VARIABILE
  • PARTIZIONE DELLA GIORNATA DI LAVORO: LAVORO NECESSARIO E PLUSLAVORO
  • L’INDICE DI SFRUTTAMENTO (SAGGIO DEL PLUSVALORE)

 

1.1. ALLUNGAMENTO DELLA GIORNATA LAVORATIVA (ESTORSIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO)

1.2. ABBASSAMENTO DEL VALORE DELLA FORZA LAVORO (PLUSVALORE RELATIVO)

1.3 RIDUZIONE DEL SALARIO AL DI SOTTO DEL VALORE DELLA FORZA-LAVORO (LA CONCORRENZA)

1.4. casi IL SALARIO GIORNALIERO

1.5. casi IL SALARIO A COTTIMO

 

SECONDA PARTE

2.1. INTRODUZIONE ALLA CRITICA DEGLI INDICI DI PRODUTTIVITA’ FONDATI SULLA CATEGORIA CAPITALISTICA DEL “VALORE AGGIUNTO”

2.2. INTRODUZIONE ALLA CRITICA DEGLI INDICI DI PRODUTTIVITA’ FONDATI SUL RAPPORTO TRA «QUANTITA’ FISICHE» (es. NEI CONTRATTI AZIENDALI: VARIAZIONE DEL NUMERO DI «PEZZI» PRODOTTI IN UN ORA, IN UN GIORNO, IN UN ANNO ecc.)

 

TERZA PARTE
3.1. L’APPARENZA DEL LAVORO COME FUNZIONE

3.2. L’IMBROGLIO INSITO NELLA CATEGORIA DEL PREZZO (O DEL COSTO) DEL LAVORO

3.3. L’APPARENZA DEL SALARIO (LA FORMA SALARIO) COME RETRIBUZIONE DEL LAVORO

3.4. LA FORMA DEL LAVORO SALARIATO OCCULTA FETICISTICAMENTE LO SFRUTTAMENTO

3.5. LA TEORIA ECONOMICA CAPITALISTICA  DEI FATTORI PRODUTTIVI

3.6. LA TEORIA DEI FATTORI PRODUTTIVI FONDA LA POLITICA ECONOMICA DELLO STATO CAPITALISTICO (DEI SUOI GOVERNI E DELLE SUE ISTITUZIONI, COSI’ COME DELLE «ISTITUZIONI» IMPERIALISTIE SOVRANAZIONALI)

 

 

NOI NON ABBIAMO MAI SOTTOSCRITTO NE’ TANTOMENO SOTTOSCRIVEREMO PROTOCOLLI LIMITATIVI DELLE LIBERTA’ E DEI DIRITTI SINDACALI CHE SONO DIRITTI DEI LAVORATORI IN PRIMIS, E NON DEI FUNZIONARIATI SINDACALI.

dal Bollettino Operai n.3 18/02/16 organo dei cobas Fincantieri

Di conseguenza dobbiamo essere chiari: il disinteresse generale dei lavoratori verso le porcate ed i fascistosismi che stanno avvenendo e che mettono in serio dubbio la stessa tenuta democratica del nostro Paese, è a danno degli stessi lavoratori, poiché il diritto sindacale si è affermato come strumento dei lavoratori e la sua limitazione aumenterà il processo di degenerazione politico e sindacale in atto nel Paese. Pertanto non possiamo comprendere come dei compagni possano ancora pensare di essere utili alla classe operaia presentandosi in liste sindacali fedeli al Protocollo di Confindustria del 14-1-2014. Forse questi compagni hanno scarsa memoria storica su come è stato costruito il ventennio fascista di negazione della libertà, razzismo e sfruttamento, da parte dei padroni e dai loro servi e sul sangue che si è dovuto versare noi lavoratori per riaffermare i diritti di sciopero e sindacali ? Fin dagli scioperi del marzo 1943 (e qui alla Breda, anche attraverso il sangue degli operai nel 1955) e quindi attraverso la tappa dello Statuto dei lavoratori e le lotte che lo hanno preceduto e seguito, si è sempre e comunque legittimato lo strumento dell’Assemblea dei lavoratori che eleggevano i propri delegati. Con le leggi della “concertazione” del 1992-1993, si sono imposti dittatorialmente dei rappresentanti sindacali eletti su lista preconfezionata dalle organizzazioni sindacali, ma la critica dei sindacati di base è stata forte e i sindacati che portano il nome dei “Cobas” (COMITATI DI BASE) oggi sono in crescita, portando di nuovo la critica alla logica della rappresentanza “dall’alto”. Ed ecco che … fatalità, arrivano i protocolli “monopolistici” dei confederali.
Slai Prol Cobas

PER UN BILANCIO SINDACALE DELL’ESPERIENZA DEGLI OPERAI MALGARA

PER UN BILANCIO SINDACALE DELL’ESPERIENZA DEGLI OPERAI MALGARA

La vicenda Malgara sta arrivando alla sua definitiva conclusione con il licenziamento (messa in mobilità) di tutti i lavoratori dello stabilimento di Borghetto d’Avio (l’altro stabilimento, quello di Parma della Pandea, è stato ceduto tramite vendita pochi giorni fa dalla stessa Malgara).

E’ importante tentare un bilancio e trarre i necessari insegnamenti. Necessari in primo luogo per i lavoratori, non solo ovviamente per quelli della Malgara, ma soprattutto per quelli che oggi si trovano di fronte a problemi simili a quelli con cui, nel corso di svariati anni, si sono dovuti confrontare gli operai della Malgara senza, per vari motivi, poterne venire a capo.

Iniziamo dalla situazione attuale che si è conclusa come in media si chiudono da qualche decennio a questa parte vicende analoghe. Le imprese ingrassano con lo sfruttamento degli operai e con i contributi pubblici (pagati in generale dai lavoratori e dagli strati popolari) e non investono più nell’azienda e nell’attività industriale. Lentamente, ma inesorabilmente, le aziende deperiscono, diventano obsolete, perdono colpi, quote di mercato, ordinativi, mentre salgono i debiti e mentre, anche per questi motivi, gli operai vengono spremuti, precarizzati, ricattati ed oppressi sempre più. A fronte di tutto questo, i profitti accumulati spariscono inghiottiti dagli, attualmente più redditizi, investimenti speculativi di carattere finanziario. Di questi investimenti e dei relativi affari non rimane, sul piano pubblico, praticamente traccia, anche perché nessuno -stato, governi locali, partiti, sindacati, ecc.- ovviamente intende approfondire la questione vista la profonda comunità di interessi che lega questi “soggetti” con i poteri e gli interessi finanziari ed industriali. Alla fine dunque le aziende chiudono, gli operai vengono licenziati e si apre per loro una nuova ed ultima fase, quella dell’aria fritta rappresentata dalle nuove promesse di lavoro e quella dei diritti e delle spettanze (es. gli stipendi arretrati, il TFR ecc.) sanciti dalla legge che vengono invece “corrisposti” e “anticipati” come fossero esito di concessioni, aiuti, supporti, beneficenze, oppure presunte conquiste dell’iniziativa dei sindacati confederali.
Lo scopo ancora una volta è quello di smussare le contraddizioni, dividere i lavoratori licenziati, addormentare la situazione sino a quando ogni lavoratore, o per lo meno la maggior parte, non cercherà esausto una via d’uscita individuale (un altro lavoro ? un lavoro in proprio ? i servizi sociali ?). Diciamo che alla Malgara forse peggio di così, per gli operai, non poteva andare. Non è certo una consolazione pensare che sono anni che la stessa situazione con gli stessi esiti si ripete in centinaia di fabbriche e aziende italiane.
Perché si è arrivati a questa situazione ? C’era la possibilità di una diversa prospettiva e via d’uscita? Pensiamo che se anche non si fosse riusciti a vincere la partita, sicuramente si sarebbe potuto, almeno, non perderla in questo modo disastroso.
Questa via d’uscita c’era ed è anche stata tentata in una certa fase dallo slai cobas in condizioni peraltro già estremamente difficili. Si sarebbe dovuto nell’ordine : 1) formare un cobas di lavoratori attivi, coscienti, determinati ad essere protagonisti nella lotta alla Malgara (cosa che non si è potuto fare), 2) questo cobas avrebbe dovuto lavorare seriamente e sistematicamente per convincere i lavoratori, 3) i lavoratori avrebbero dovuto riunirsi autonomamente in modo periodico e sistematico, discutere e prendere iniziative adeguate nella fabbrica e via via anche fuori (anche questo quindi non è stato fatto), 4) questi lavoratori avrebbero dovuto, palmo a palmo, lavorare per conquistare la maggioranza nella Malgara tramite la distruzione dell’egemonia, dell’influenza, del consenso, dei sindacati confederali, 5) il passaggio successivo che sarebbe dovuto avvenire era quello della lotta, partendo da forme semplici e limitate sino, in modo eventualmente graduale, arrivare alle forme storiche della lotta di classe (gli scioperi con corteo, l’occupazione della fabbrica, i blocchi stradali ecc.), 6) si sarebbe dovuto anche portare la lotta sul territorio ossia fuori dallo stabilimento nei paesi (Ala, Avio) e nelle città (Rovereto, Trento) costruendo alleanze con altri lavoratori, disoccupati, precari, studenti, 7) solo sulla base della lotta e della conseguente costruzione di reali ed effettivi rapporti di forza si sarebbe dovuti andare alla contrattazione con le istituzioni, mettendole di fronte alla concreta possibilità di rendere la questione Mlalgara oltre che una questione di rilevanza civile, politica e sociale anche un problema di “ordine pubblico”.
Diciamo che lo Slai Cobas, in particolare nella fase immediatamente successiva a quella dell’ “RSU Slai Cobas Malgara” gestita dal rappresentante interno Massimo Barletta, ha cercato con l’intervento diretto del suo coordinatore provinciale Sebastiano Pira, di aprire questo percorso. A quel punto però la situazione era molto difficile e seriamente compromessa, infatti l’azienda riusciva facilmente, grazie anche al pieno supporto di sindacati confederali e provincia, a continuare l’operazione strategica volta ad: 1) accumulare capitali da investire altrove; a disinvestire nello stabilimento lasciando deperire (senza innovazioni, campagne pubblicitarie, ricostruzione di un sistema di alleanze tra imprese, concentrazione di imprese ecc.) l’azienda e rendendola ovviamente sempre meno interessante per altri eventuali soci apportatori di capitale); 2) illudere, passivizzare e dividere i lavoratori prospettando, sempre con l’appoggio ed il consenso di sindacati confederali ed istituzioni, nuovi investimenti dovuti all’intervento di un fantomatico capitale straniero; 3) continuare quindi il proprio gioco speculativo sino alla fine portando di fatto a conclusione quello iniziato decenni prima con lo smembramento ed inghiottimento finanziario (e politico) dell’impero rappresentato dall’allora Gruppo Malgara. Sul versante opposto, quello rappresentato dai lavoratori Malgara, bisogna dire che non esisteva un’esperienza classista all’interno della Malgara, non c’era, all’interno dell’azienda, una vera organizzazione sindacale di classe ed un’effettiva coscienza di classe nemmeno tra una minoranza di lavoratori, tutto era praticamente da costruire.
Dopo la gestione Barletta dell’ “RSU Slai Cobas Malgara”, è stato quindi il coordinatore provinciale Pira Sebastiano ad affrontare direttamente la difficilissima situazione. Al dimissionario Barletta si era sostituito un nuovo rappresentante dell’ “RSU Slai Cobas Malgara”, un’operaia, la Signora Piera Coatti, ed è anche con questa nuova rappresentante che si è tentato di fare qualche passo in avanti per iniziare la costruzione del sindacato di classe all’interno dell’azienda.
Insieme a tutto questo si è cercato di costruire un sistema di alleanze tra lo Slai Cobas e settori del Sindacalismo di Base, l’SBM di Flammini Fulvio e l’allora appena costituita USB di Ezio Casagrande (ex-funzionario CGIL).
Gli operai Malgara hanno però preferito continuare lo stato di dipendenza dai sindacati confederali oppure, in minima parte, supportare chi prometteva (USB) loro una facile soluzione dei loro propri problemi personali. Non solo ancora una volta non si è costruito nessuna organizzazione sindacale di classe tra gli operai Malgara, ma ancora una volta si sono cercate delle scorciatoie.
Questa volta la maggioranza del piccolo gruppo di operai più volenterosi di affrontare il problema Malgara, insieme alla stessa rappresentante dell’RSU, la Signora Piera Coatti, si è messa nelle mani di Ezio Casagranda (USB, Unione Sindacale di Base). Decisivo è stato l’appoggio dato al Casagranda (USB), da una parte dell’ex-direttivo provinciale dello Slai Cobas rappresentata in primo luogo da Federico Menegazzi e Sergio Mattioli (del Partito Comunista dei Lavoratori di tendenza trotskijsta) che hanno deciso di rompere con l’impostazione classista dello Slai Cobas per aderire a quella dell’USB.
A danno degli operai si è così arricchito il teatrino di Malgara, PAT e CGIl-CISL e UIL, con l’aggiunta questa volta dell’USB di Ezio Casagranda.
Da allora ad oggi sono passati quasi due anni, un tempo più che sufficiente per fare un bilancio anche del ruolo svolto da Ezio Casagranda nella vicenda Malgara.
Si tratta di un ruolo chiave perché da una corretta impostazione della questione sindacale, anche solo da parte di un gruppo relativamente piccolo di operai, in una situazione critica come quella della Malgara, sarebbero potuti derivare risultati assai differenti per i lavoratori della stessa Malgara ed una ben differente sedimentazione di coscienza ed esperienza di lotta per i lavoratori di varie altre imprese ed aziende a livello provinciale.
Così non è avvenuto. Casagranda ha impostato male la questione sindacale e questo ha avuto rilevanti conseguenze negative. In sostanza il bilancio attiene non ad un giudizio morale o individuale sul Signor Casagranda, ma alla valutazione critica di quello che è andata configurandosi come l’impostazione USB della questione e dell’sindacale. L’impostazione USB è quella di costruire un “quarto sindacato”, non un sindacato strutturalmente e culturalmente diverso da CGIL-CISL-UIL, non un sindacato di classe fondato appunto sulla lotta di classe (cioè sulla lotta degli operai per resistere ai padroni e per vincere sui padroni), ma appunto un sindacato corporativo e conciliatorio (come lo sono CGIL-CISL-UIL) capace di affiancarsi, pur in modo concorrenziale, a CGIL-CISL-UIL.
L’impostazione USB, impersonificata dunque a livello locale da Ezio Casagranda -sino a pochi anni fa funzionario di spicco CGIL ed ex-FIOM- è quella dell’ “opportunismo”. Bisogna capire bene il concetto di opportunismo, che indica una linea ed una categoria politica e sindacale che, di per sé, non ha niente a che vedere con gli insulti o le critiche personali.
L’opportunismo USB significa essenzialmente : 1) ottenere a tutti i costi il consenso, l’appoggio e la delega dei lavoratori all’USB, prospettando ai lavoratori piccoli risultati immediati cosiddetti “credibili”, conquistabili principalmente con la “contrattazione” con le istituzioni locali e “soggetti terzi” (es. Banche) o con la contrattazione sindacale interna all’azienda incentrata sul ruolo (oggi praticamente nullo) delle RSU,. 3) dimostrare quindi ai lavoratori che si può ottenere comunque qualcosa.
I due anni di esperienza di questo opportunismo alla Malgara ne svela pienamente le conseguenze :
1)gli operai non vengono affatto stimolati e formati per diventare militanti e quadri sindacali protagonisti dell’organizzazione operaia e della lotta, 2) non viene quindi costruita alcuna organizzazione sindacale classista (cobas) all’interno della fabbrica, 3) gli operai vengono anzi diseducati e spinti a delegare problemi, ragionamenti, responsabilità e decisioni al funzionario di turno (nel nostro caso il Casagranda) ed alla sua capacità (vera o presunta) di gestire i rapporti con le istituzioni, 4) agli operai si prospettano piccoli vantaggi che però portano a distoglierli dal problema generale e dalle questioni di fondo e questi piccoli vantaggi a volte sono anche dei piccoli imbrogli (es. la proposta della cessione di credito per il “recupero” degli stipendi arretrati fatta a partire da un anno e mezzo a questa parte agli operai Malgara da USB), 5) ci si dà un gran daffare per portare gli operai alla corte delle istituzioni per dimostrare di avere un potere di contrattazione che non si ha affatto, e che comunque attiene sempre alle briciole, 6) in questo modo si indicono anche scioperi ed iniziative, ma con scarsa preparazione e significato, sul modello quindi delle iniziative di facciata di CGIL-CISL e UIL. Esaurendo lentamente, invece di accumulare, le già poche energie degli operai in iniziative inutili ed illudendo gli stessi operai che le istituzioni (che sono sempre collegate ai padroni, alle banche ed ai politici corrotti) abbiano un qualche interesse ad andare loro incontro senza essere costrette a fare questo dalla lotta operaia e dalla costruzione di adeguati rapporti di forza.

In sintesi si può dire che il bilancio dell’iniziativa USB alla Malgara è che USB ha scelto una linea fondamentalmente simile, anche se formalmente più chiassosa e roboante, di CGIL, CISL, UIL, con esiti non molto diversi da quelli dell’iniziativa degli stessi sindacati confederali. Ossia, in ogni caso, con il sicuro esito di fondo di lavorare per impedire, in un modo o nell’altro, che dalla cosiddetta crisi Malgara emergesse un’esperienza di lotta operaia capace di crescere, resistere e di avanzare e quindi di intimidire in generale, oltre che il padron Malgara anche aziende, banche e governi locali (PAT) dando l’esempio, e chiamando così a raccolta ed alla lotta, centinaia e centinaia di operai, disoccupati, precari e studenti dell’intera provincia che vivono e subiscono problemi (in atto o in prospettiva) di sfruttamento selvaggio, taglio del salario, precarizzazione, perdita del posto di lavoro.

24/01/2016,
Sebastiano Pira resp. Prov.le Slai Cobas del Trentino
cell. 3482448231
Sede prov.le Via Modena 21 Mori

SEVEL : SCIOPERO DEGLI STRAORDINARI

INCONVENEVOLI STRAORDINARI
Il 2015 sarà con molta probabilità ricordato come il più produttivo per Sevel ,mentre per i LAVORATORI quello con risibile riconoscimento economico, ferie estive ridotte (12gg) e nessuna auspicabile vacanza natalizia.

I turni supplementari, sommati a quelli effettuati da stakanovisti volontari straordinari, addetti al recupero settimanale del crescente scarto produttivo, hanno raggiunto numeri a doppia cifra, superando l’innalzamento confaziendale previsto nel ccsl.

La favorevole richiesta di veicoli commerciali,derivante dalla molteplice e variegata gamma di allestimenti,continua purtroppo ad essere soddisfatta con antiche ricette, supplementi di ore lavorative,accelerazioni furtive della velocità delle linee e la diminuzione dei tempi di dissaturazione delle singole postazioni, a differenza di altri produttori che investono in innovazione tecnologica. Continua a leggere

TRENTO – KARL MARX, IL PRIMO CAPITOLO DEL CAPITALE : “LA MERCE ED IL DENARO COME FETICCIO”

KARL MARX, IL PRIMO CAPITOLO DEL CAPITALE

esposizione e spiegazione per lavoratori e studentiseminario Karl Marx

primo incontro seminariale sul Capitale di Marx

“LA MERCE ED IL DENARO COME FETICCIO”

relatore
SEBASTIANO PIRA

(associazione culturale Le svolte, Slai cobas del trentino)

sabato 17 ottobre ore 15 presso la sede SLAI COBAS
Via Modena 21, MORI (TN)

l

l’incontro è aperto a tutti

organizza Associazione culturale Le svolte
aderisce Slai Cobas del Trentino

SEDE PROV.LE di TRENTO (Mori, via Modena 21)

SEDE PROVINCIALE
SLAI COBAS
– SLAI COBAS DEL TRENTINO
Confederata con
– FAO-COBAS FEDERAZIONE NAZIONALE AUTISTI OPERAI

– SLAIPROLCOBAS
– SLAICOBAS VENETO

orari apertura ufficio di Mori
sabato h 8,30-12,30

gli altri giorni su appuntamento

cell.3482448231
email slaicobastrentino@gmail.com

Morire di caldo alla Marangoni (Rovereto TN)

Comunicato stampa

Morire di caldo alla Marangoni (Rovereto TN)

La morte dell’operaio Carmine Minchino, originario di Nola, avvenuta mercoledì 22 in seguito ad un malore, alla Marangoni Pneumatici di Rovereto è un’altra morte sul lavoro. Il referto dell’ospedale parla di shock termico, e Carmine lavorava in un reparto presse con temperature che sfiorano i 48 gradi in assenza di impianti di controllo climatico.
Le condizioni in fabbrica erano ulteriormente peggiorate in seguito alla firma di un accordo integrativo sul costo del lavoro che ha comportato riduzione delle pause e tagli salariali. Nonostante tale accordo in fabbrica si alternano periodi di cassa integrazione e si parla nuovamente di possibili esuberi.
Adesso a livello di consiglio provinciale e delle direzioni dei sindacati confederali, le dichiarazioni di solidarietà si accompagnano agli appelli alla salvaguardia della sicurezza sul posto di lavoro, questo mentre in fabbrica, dopo la morte di Carmine sono comparsi gli ispettorati del lavoro.
Ci si dovrebbe chiedere dove erano e come mai facevano finta di niente visto che non è verosimile che non fossero a conoscenza delle condizioni di lavoro alla Marangoni .
In realtà la storia, o se vogliamo la messa in scena, si è ripetuta anche questa volta. Prima si opera, direttamente o indirettamente, per creare condizioni che accentuano la nocività sui posti di lavoro, che alimentano lo sfruttamento, che riducono i salari, che diminuiscono le tutele, e poi ci si accorge improvvisamente ed ipocritamente che gli operai muoiono e che si ammalano di lavoro, che vivono nell’incertezza, nella preoccupazione e nel disagio.
La verità è che i lavoratori, quando hanno la fortuna di poter lavorare, sono realmente stretti in una morsa e questo non solo dentro, ma anche fuori dal loro posto di lavoro. I padroni fanno cinicamente ed arrogantemente il loro gioco volto ad estorcere il massimo profitto possibile; i governi di centro-destra o di centro-sinistra operano a livello centrale e locale come se il loro problema principale consistesse nella diminuzione dei salari, delle pensioni, dei servizi sociali (sanità, scuola ecc) dei diritti e delle tutele (come quelle sulla salute e la sicurezza sui posti di lavoro); il capitale finanziario nazionale ed europeo lucra anche sul debito pubblico e pretende che i lavoratori paghino gli interessi del debito; i sindacati confederali lavorano a contenere e frammentare i lavoratori facendo finta di tutelarli. Gli operai, i precari, i disoccupati, gli strati popolari, sono un anello che si vorrebbe sempre più assoggettato, passivo e debole. Di questa guerra che riguarda parte così rilevante della popolazione non a caso non parla praticamente nessuno. Spetta dunque ai lavoratori ed in primo luogo agli stessi operai, scendere in campo con l’organizzazione e la lotta ed iniziare anche loro a combattere questa guerra.

Sebastiano Pira
Resp. Prov.le
Slai Cobas del Trentino
Cell. 3482448231

IL FALLIMENTO DELL’USB E DEL SINDACALISMO DI BASE

IL FALLIMENTO DELL’USB E DEL SINDACALISMO DI BASE

La formale adesione, in data 23/05/2015, all’accordo governo/sindacati del 10 gennaio 2014 da parte del Consiglio nazionale dell’Unione Sindacale di Base, è un dato politico di particolare rilevanza, infatti da un lato evidenzia, disvelandole, le caratteristiche di fondo di questo sindacato e dall’altro segna una tappa decisiva di una sua involuzione reazionaria.
E’ necessario andare subito alle considerazioni con le quali USB cerca di legittimare tale accordo. Il 23/05/2015, all’atto dell’adesione, il Consiglio nazionale USB ha dichiarato: “a fronte della sentenza emessa dal Tribunale di Roma che ha rigettato il ricorso legale nei confronti dell’accordo del 10 gennaio 2014 sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria e prendendo atto della pressante richiesta di migliaia lavoratori, iscritti e delegati sindacali USB di non abbandonare il presidio sindacale nelle fabbriche e nei posti di lavoro, è costretto a dare formale adesione all’accordo del 10 gennaio 2014”.
Tale adesione rappresenterebbe quindi per USB una sorta di scelta tattica imposta dalla propria base e dalle RSU e resa nel complesso necessaria dalla situazione sempre più problematica. Scelta che comunque non sarebbe tale da incidere significativamente sulla natura, sull’operato e sul programma di USB né ne sancirebbe una discontinuità o un’involuzione.

In linea di principio nessuno può negare la necessità di scelte tattiche relative all’adesione ad accordi parzialmente o persino sostanzialmente reazionari con altri soggetti sindacali, politici o padronali, quando questo si traduca in una condizione più favorevole sotto il profilo degli interessi di classe.

Se andiamo ad analizzare nel concreto gli attuali rapporti tra le forze sociali, politiche, governative, padronali e sindacali in campo, vediamo però che la scelta di USB si connota direttamente non per una decisione tattica, ma per una scelta strategica, infatti il motivo di fondo di tale scelta appare quasi relativo ad una questione di vita o di morte : “o sottoscriviamo l’accordo oppure non possiamo più essere un sindacato!”.

C’è anche una rilevante continuità, insieme ad un indubbio salto di qualità in senso involutivo, tra l’opposizione, apparentemente coerente, che USB ha condotto contro l’accordo del 10 gennaio e la decisione del 23/05/2015 di procedere alla firma di questo stesso accordo.

La continuità è evidenziata dal fatto che, sia prima (quando USB si opponeva all’accordo del 2014) che dopo (quando USB ha deciso di firmarlo), l’argomento di fondo paradossalmente è sempre stato lo stesso. Prima non bisognava firmare perché era vitale che l’accordo venisse “affondato” per salvaguardare la possibilità di essere sindacato, poi, una volta fallito miseramente il tentativo di “affondarlo” attraverso le vie legali, bisognava firmare a tutti i costi, sempre allo scopo di salvaguardare l’interesse della possibilità del proseguo dell’attività sindacale.
Nella sostanza tutto andava a ruotare sempre intorno al medesimo assunto: “per sostenere e progredire con l’iniziativa sindacale è decisiva, persino vitale, la questione della rappresentanza sindacale, ossia la possibilità di acquisire una rappresentanza legittimata, sul piano istituzionale, alla contrattazione con la controparte”.
Si tratta di un assunto di fondo che distingue nettamente la prospettiva strategica del sindacalismo di classe, da quella di USB e del sindacalismo di base che lavora invece nell’ottica della costruzione di un “quarto sindacato”.
Quello che per USB è l’aspetto principale e decisivo, ossia la possibilità di avere una legge sulla rappresentanza che legittimi le RSU come perno dell’iniziativa sindacale sui posti di lavoro, per una prospettiva sindacale di classe è invece l’aspetto secondario, non disprezzabile in sé, ma certamente non decisivo ai fini della possibilità della stessa iniziativa sindacale e della rappresentazione, sul terreno della lotta sindacale di classe, degli interessi del proletariato e dei settori più sfruttati dei lavoratori.

La questione in realtà attiene proprio al carattere di classe o meno dell’organizzazione e dell’iniziativa sindacale. Porre al centro, come ormai ha stabilito definitivamente di fare USB, la “questione della rappresentanza” significa lavorare per costruire un sindacato sulla base di un complesso di meccanismi che in ultima analisi caratterizzano anche i sindacati confederali e che si definiscono essenzialmente 1) per la promozione di una burocrazia sindacale, in ultima analisi legata all’aristocrazia operaia ed a strati di lavoratori privilegiati della Pubblica Amministrazione e dello Stato; burocrazia che va ad operare per subordinare ai propri interessi sociali, politici ed ideologici, la classe operaia ed altri settori proletari e popolari, 2) per l’opera di falsa soggettivazione dei lavoratori in realtà indirizzati verso la difesa di interessi corporativi con conseguente negazione e dissoluzione della potenziale propensione al diventare classe consapevolmente antagonistica. Da cui, riguardo a quest’ultimo punto, anche l’apologia che USB ha fatto delle tendenze corporative esistenti nel sindacalismo di base nello stesso comunicato nazionale del 23/05/2015, appellandosi alla “pressante richiesta di migliaia di lavoratori, iscritti e delegati sindacali USB”.
Ed è proprio l’asse perverso tra il corporativismo dall’alto (quello dell’organizzazione sindacale che rigetta la lotta di classe) e tra il corporativismo dal basso (quello degli strati privilegiati e dei settori ideologicamente arretrati dei lavoratori che mirano a risolvere i propri problemi particolari disimpegnandosi dalla lotta di classe contro governi e padroni), che costituisce il cuore dell’ipotesi del “quarto sindacato”. Si tratta di un asse che porta in modo conseguente a sostituire il lavoro sindacale tra i lavoratori per organizzarli su una base di classe, con il lavoro nelle RSU volto ad una contrattazione che poi, nel contesto attuale, viene giocata inevitabilmente sempre più al ribasso. Il tutto in linea con stessa logica che ha governato, prima la contrapposizione all’accordo del 10 gennaio 2014 e poi la sua stessa sottoscrizione. Logica che concepisce la necessità del riconoscimento a priori dei diritti da parte dell’avversario come cornice fondante la possibilità dell’organizzazione e dell’opposizione, e che poi, ancora una volta, significa soltanto questo: “se non riusciamo a garantirci delle regole esigibili sul piano istituzionale, ed a conquistarci dei relativi spazi di potere nel rapporto con la controparte padronale ed istituzionale, non abbiamo prospettive e rischiamo di sparire”.

E’ ovvio che si deve quindi parlare di “fallimento” strategico dal punto di vista degli interessi di classe, ossia degli interessi di fondo dei soggetti sociali più sfruttati ed oppressi, soggetti che sono in primo luogo proletari e che necessitano tra il resto di un sindacato di classe.

Però è proprio partendo dalla questione del carattere di classe che si deve anche aggiungere che parlare di “fallimento” significa dare una valutazione complessiva che va quindi al di là del problema di un “fallimento” sul piano semplicemente sindacale, anzi rimanda immediatamente anche ad un fallimento politico e culturale. E’ appunto quello che qui va individuato in generale come un processo involuzione reazionaria di USB.

Si deve parlare di fascistizzazione politica e culturale e non solo sindacale, per quanto riguarda gli accordi del 10 gennaio 2014, proprio perché tali accordi incrementano l’oppressione politica e sindacale degli operai e dei lavoratori più sfruttati. Questi accordi favoriscono e sanciscono infatti la repressione statale antioperaia ed antipopolare, rappresentano un anello della soppressione degli spazi per l’organizzazione e la lotta, incrementano i processi di sfruttamento e precarizzazione, peggiorano la salute e la sicurezza dei lavoratori, mirano, sul piano sindacale, politico e culturale a passivizzare, frammentare e de-soggettivare gli operai, i disoccupati, i lavoratori precari, e sono un pesantissimo tentativo di pacificare, criminalizzando la lotta di classe, oltre ai lavoratori anche quelle soggettività collettive che in qualche modo operano verso una prospettiva sindacale di classe. Oggi se dunque è lecito parlare di fascistizzazione di CGIL-CISL e UIL, allora a partire da adesso sarà ugualmente sempre più pertinente il parlarne anche in relazione all’ulteriore prevedibile involuzione di USB ed altri che hanno ritenuto, in nome della necessità di auto-promuoversi ed auto-salvaguardarsi (il tutto a danno dei lavoratori e di altre organizzazioni sindacali), di procedere appunto alla sottoscrizione degli accordi del 10 gennaio 2014.

La firma di tali accordi attesta come sia all’ordine del giorno la necessità della scissione del sindacalismo di base, dividere ciò che è malamente unito in USB e nelle altre organizzazioni sindacali di base ed unire invece, in una prospettiva sindacale di classe, quello che è ancora parziale, frammentato e disperso nelle varie organizzazioni. Da questo punto di vista, risultava quindi sostanzialmente conciliatorio ed inconcludente l’appello del 1° giugno sottoscritto da vari delegati e militanti sindacali affinché USB recedesse dalla sua decisione.

Certo, la stessa esperienza del “sindacalismo autorganizzato”, a partire dallo Slai Cobas, dimostra che per avanzare nella costruzione di un sindacato di classe è necessario un partito di classe. Senza il partito è anche impossibile, tra l’altro, sedimentare un’efficace struttura di quadri sindacali di classe, sviluppare e radicalizzare la lotta su scala crescente, realizzare un’iniziativa sindacale in grado di approntare le tattiche più opportune (anche sul piano delle necessarie alleanze e politiche di fronte), e superare le logiche passivizzanti ed autoreferenziali del “sindacalismo rivoluzionario” di stampo economicista. Tutto questo però non è un’argomentazione che giustifichi, in nome della necessità prioritaria del partito, il fatto di disarmare il fronte della lotta sindacale, di non lavorare da subito unificando le forze più coscienti e combattive dei lavoratori delle diverse organizzazioni sindacali in una prospettiva sindacale di classe e di non concepire la stessa battaglia sindacale come uno dei piani sul quale andare a costruire lo stesso partito di classe, modernamente comunista e rivoluzionario.

Sebastiano Pira per il
Coordinamento provinciale slai cobas del Trentino
CELL.3482448231
Giugno 2015_

LETTERA MOTIVAZIONI ESCLUSIONE DEL SIGNOR FEDERICO MENEGAZZI DALLO SLAI COBAS DEL TRENTINO

COME COMUNICATO NELLA PRESENTE rendiamo pubblica LA LETTERA DI MOTIVAZIONE IN DIECI PAGINE
Sebastiano Pira, cell 3482448231

PROSEGUI A LEGGERE O CLIKKA SUL LINK PER SCARICARE LA LETTERA IN FORMATO PDF

LETTERA MOTIVAZIONI ESCLUSIONE DEL SIGNOR FEDERICO MENEGAZZI per sito slai cobas

LETTERA MOTIVAZIONI ESCLUSIONE DEL SIGNOR FEDERICO MENEGAZZI DALLO SLAI COBAS DEL TRENTINO
Egr. Signor Federico Menegazzi TRENTO 01/10/2014

oggetto: rottura del rapporto di fiducia – RIPETUTE VIOLAZIONI DELLO STATUTO SLAI COBAS – interruzione del rapporto associativo con lo SLAi COBAS – LESIONE DELL’IMMAGINE E DELL’ONORE DEL SOTTOSCRITTO IN QUALITA’ DI RAPPRESENTANTE DELLO SLAI COBAS – DANNI COMPLESSIVAMENTE ARRECATI ALLO SLAI COBAS – [OMISSIS]

PREMESSO CHE
in quanto necessario ai fini dell’inquadramento del provvedimento, si richiama il Patto di collaborazione e coordinamento con versione di data 08/03/2014 presentato sostanzialmente invariato alla stampa con comunicato stampa (ALLEG. N. 1) e conferenza stampa di data 17/04/2014. Tale Patto da me Sottoscritto insieme ad Ezio Casagranda per USB ed a Flammini Fulvio per SBM, specificava nella premessa “Le organizzazioni sindacali di base e di classe rappresentate dall’UNIONE SINDACALE DI BASE, dal SINDACATO DI BASE MULTICATEGORIALE DI TRENTO e dallo SLAI COBAS hanno deciso di sottoscrivere, in provincia di Trento, un patto di collaborazione e coordinamento per lo sviluppo a livello locale di un polo sindacale alternativo ai sindacati confederali che vuole collocarsi nella prospettiva della costruzione di un unico sindacato nazionale di base e di classe dei lavoratori”, inoltre in tale Patto erano indicate alcune (due) precise decisioni organizzative (ALLEG. N. 2). Tale Patto è stato formalmente annullato dallo Slai Cobas in data 27/09/2014 con Raccomandata PEC ed il giorno 29/09/2014 con Raccomandata postale (ALLEG. N. 3), inoltre nella Raccomandata del 29/09 si annullava anche il Patto Federativo vigente sino a tale data con SBM.

MOTIVI, CIRCOSTANZE E CARATTERI DEL PROVVEDIMENTO DI ESPULSIONE

I.LE CONTESTO IL SUO TESSERAMENTO A FAVORE DI USB E VIOLAZIONE DELLE NORME CHE REGOLANO I RAPPORTI TRA SLAI COBAS ED ALTRI SINDACATI (violazione art. 5 c4, art.9 ed art. 11)

In data 18/02/2014 il Sottoscritto comunicava alla Sensi SRL di Ravina (TN) l’avvenuta costituzione dell’RSU Slai Cobas in seguito al Suo passaggio dall’RSU FIOM all’RSU SLAI COBAS. Lo Slai Cobas promuoveva successivamente assemblea interna non concessa. Il Sottoscritto concordava con Lei lettera di diffida ((ALLEG. N. 4)) alla Sensi SRL. Tale lettera veniva successivamente da Lei bloccata con argomentazioni risultanti poco chiare. In seguito a tali vicende Lei si dimetteva, per motivazioni personali [OMISSIS] dalla Sensi Srl. Dopo tali dimissioni Lei comunicava al Sottoscritto di aver procurato ad USB le tessere di tutti i lavoratori della Sensi SRL (oltre una ventina a Suo dire) iscritti in precedenza ai sindacati confederali o precedentemente non iscritti ad alcun sindacato. Di fronte alle obiezioni del Sottoscritto Lei asseriva che nessun lavoratore sarebbe stato disposto ad iscriversi allo Slai Cobas. Al fine di mitigare le Sue responsabilità, Lei aggiungeva di aver concordato con Ezio Casagranda USB il rientro, in cassa Slai Cobas, di metà del totale delle entrate monetarie relative alle iscrizioni ad USB dei lavoratori Sensi SRL. Di fronte alle obiezioni del Sottoscritto Lei finiva per condividere che il problema era quello di evitare la competizione tra USB e Slai Cobas in un settore, industria, in cui USB non era ancora presente a differenza dello Slai Cobas. Pertanto Lei asseriva rispetto alla Sensi di non aver avuto alternative in quanto i lavoratori non presentavano interesse all’iscrizione con lo Slai Cobas e assicurava che si era trattato di dover scegliere e che non avrebbe più fatto tesserati USB nell’industria. Di fatto Lei nei mesi successivi, come si dimostrerà nei prossimi paragrafi, continuerà ad impegnarsi per portare USB nell’industria anche nelle situazioni in cui era presente solo l’iniziativa dello Slai Cobas. Tra l’altro Lei dichiarava di fronte ad altri iscritti che avrebbe provveduto a tesserare con USB la Sua attuale fidanzata ed altri. La Sua iniziativa si configura come ripetuta violazione dell’art.5 c4 in quanto è palese che il suo proselitismo a favore di altri sindacati risulta incompatibile con la sua iscrizione allo Slai Cobas. Inoltre si configura come ovvia violazione dell’art. 11 che regola il quadro di riferimento del rapporto con altri sindacati. Ulteriormente si configura come violazione dello stesso Patto di coordinamento che restringe la collaborazione sui posti di lavoro alla effettiva presenza in essi, sancendo addirittura la necessità che il tutto debba essere legittimato da effettiva presenza di RSU e RSA dei sindacati firmatari. Va aggiunto che era stato più volte ribadito nello slai cobas, che a causa della diversa composizione lavorativa e di classe di slai cobas ed USB si dovesse andare a definire un accordo con USB e SBM sulla base della necessità che le stesse, pur supportando eventualmente l’iniziativa dello slai cobas nelle fabbriche, evitassero qualsiasi apertura di un proprio intervento nell’industria. Tale esigenza era stata portata dal sottoscritto e presentata ad USB nella riunione congiunta, successiva alla conferenza stampa di presentazione, ai sensi dell’ultimo punto del patto di coordinamento. Era chiaro che allora per lo Slai Cobas questa risultava condizione imprescindibile, tra le altre, per la continuazione e lo sviluppo del Patto di coordinamento in direzione di un processo confederativo. Il fatto che successivamente USB non abbia aderito a tale richiesta e che lo Slai Cobas sia stato costretto a riformulare al ribasso tale condizione, stabilendo che USB non avrebbe potuto sovrapporsi all’intervento dello Slai Cobas (o concorrere in alcun modo con esso facendo propaganda per la propria sigla e mirando ad acquisire tesserati) nelle fabbriche dove quest’ultimo risultava presente ed attivo, ed il fatto che USB abbia arrogantemente ignorato (anche grazie al suo appoggio ed a quello di Marco Versini ex-RSU Slai Cobas Dana e Sergio Mattiello ex-RSA Slai Cobas Dana) persino tali successivi accordi, è questione che appartiene al preannunciato bilancio dei rapporti tra Slai Cobas ed USB il quale, come già detto, sarà reso pubblico. Continua a leggere

Tribunale di Paola processo Marlane Marzotto: CHIESTI 62 ANNI DI CARCERE PER GLI IMPUTATI

Comunicato stampa

Tribunale di Paola processo Marlane Marzotto:
CHIESTI 62 ANNI DI CARCERE PER GLI IMPUTATI

PIETRO MARZOTTO 6 anni, ( Presidente del gruppo) SILVANO STORER 5 anni,(ex amministratore delegato)JEAN DE JAEGHER 5 anni,( dell’ associazione europea delle industrie tessili) LORENZO BOSETTI 5 anni,(ex sindaco di Valdagno e vice presidente della Lanerossi) CARLO LOMONACO 10 anni (ex caporeparto Marlane e ex sindaco Praia a Mare) VINCENZO BENINCASA 8 anni,(responsabile Marlane) SALVATORE CRISTALLINO 3 anni,(responsabile Marlane) GIUSEPPE FERRARI 4 anni e sei mesi, LAMBERTO PRIORI 7 anni e sei mesi, ERNESTO ANTONIO FAVRIN 5 anni,(vice presidente vicario della Confindustria Veneta) ATTILIO RAUSSE 3 anni e sei mesi. Continua a leggere

ALLE OPERAIE ED AGLI OPERAI MALGARA (TN)

LETTERA PUBBLICA DELLO SLAI COBAS PROVINCIALE
ALLE OPERAIE ED AGLI OPERAI MALGARA

Per rendere più forte ed incisiva l’iniziativa dello Slai Cobas del Trentino nelle fabbriche e per supportare meglio i lavoratori, questa primavera avevamo avviato un processo unitario di confederazione con alcuni sindacati di base della provincia (USB, SBM).
Oggi questo processo è purtroppo terminato con un nulla di fatto e non certo per volontà nostra.
Alla Malgara, l’USB con Casagranda ha adottato una linea contraria a quella dello Slai Cobas e preso decisioni appoggiate anche dal sindacalista Federico Menegazzi, che aveva avuto l’incarico dallo Slai Cobas di seguire la Malgara.
Di fatto l’USB si è sovrapposto allo Slai Cobas aprendo un suo intervento in concorrenza con lo Slai Cobas e violando così gli accordi unitari.
Lo Slai Cobas provinciale ritiene errata e controproducente per i lavoratori la linea e le decisioni prese dall’USB alla Malgara (appoggiata dal sindacalista Menegazzi e dall’RSU Slai Cobas Malgara).
Considerata l’impossibilità di ricomporre le differenze e le divergenze incorse, lo Slai Cobas provinciale ha preso la decisione di scrivere questa lettera pubblica ai lavoratori per chiarire la situazione.

Lo Slai Cobas provinciale non condivide e respinge l’operato dell’USB alla Malgara per i seguenti motivi:

1) Per mesi Casagranda dell’USB e Menegazzi, sino all’ennesimo tentativo fallito di incontrare Olivi il 25 scorso, hanno presentato le istituzioni locali e il governo provinciale come una parte con cui avviare un presunto processo interlocutorio. Lo Slai Cobas ritiene invece che oggi queste istituzioni e questo governo provinciale siano, come dimostra la stessa esperienza della Malgara, una precisa controparte dei lavoratori proprio come la stessa Malgara.

2) Una prima conseguenza è stata che decine di lavoratori della Malgara sono stati mobilitati, anche attraverso puntuali scioperi, per rincorrere le istituzioni e lo stesso Signor Olivi. La faccenda si è rivelata snervante per i lavoratori e priva di qualsiasi sbocco utile. Lo Slai Cobas provinciale ritiene invece che non si deve scioperare senza adeguata preparazione e precisi e validi obiettivi.

3) Dopo un primo giusto e ben impostato sciopero con presidio, Casagranda dell’USB e Menegazzi, hanno posto all’ordine del giorno la questione del cosiddetto “recupero degli stipendi arretrati tramite cessione di credito” alle banche. In nome della necessità di “nuove forme di lotta” hanno appunto iniziato a sostenere che bisognava adottare questa “nuova forma” ed iniziare a premere sulle istituzioni (in particolare su Olivi) perché intervenissero supportando tale ipotesi.

Lo Slai Cobas provinciale ritiene questa questione della “cessione di credito alle banche”, con relativo tentativo di coinvolgimento delle istituzioni in qualità di garanti, una trovata da apprendisti stregoni e da spacciatori di fumo. Come è noto (articoli 1260-1267 del codice civile) la “cessione di credito”, anche nel caso dei lavoratori Malgara, implica un rapporto diretto tra ciascun lavoratore ed una determinata banca rispetto ad un debitore insolvente (la Malgara). Non esiste la possibilità giuridica che terzi intervengano in tale rapporto e quindi non è vero che la Provincia possa intervenire con potere legale (richiesta documentazione o parte in causa in qualità di garante) in una questione di questo tipo. Nell’ultimo incontro del 25 settembre, Olivi, che non si è presentato, ha quindi in modo del tutto logico fatto pervenire il messaggio alle lavoratrici e ai lavoratori, portati a spasso da USB e Menegazzi, che la Provincia, in buona sostanza, non può riscrivere il codice civile. Non è vero quindi che se si era in periodo elettorale Olivi avrebbe risposto diversamente in materia e chi lascia credere questo ai lavoratori mente sapendo di farlo.

Oltre a tutto questo, lo Slai Cobas ritiene in linea di principio profondamente controproducente per i lavoratori il perseguire comunque tale obiettivo che sposta l’attenzione e l’iniziativa dei lavoratori dalla lotta contro la Malgara alla transazione con le banche. Qualsiasi lavoratore della Malgara inoltre può, senza alcun bisogno di sindacati, tanto meno di USB, andare in banca e cedere il proprio credito ( “pro soluto” a condizioni comunque assai onerose, o “pro solvendo” con il rischio che, in caso di mancato pagamento alla banca di Malgara, il lavoratore sia tenuto a restituire alla banca quanto e più di quello ricevuto) con la stessa ditta.

Spacciando la “cessione di credito” come possibile soluzione, Casagranda e Menegazzi, da freschi ex-CGIL, e, nel caso di Casagranda, da navigato politico della “sinistra” istituzionale (PRC), mentre nel caso di Menegazzi portavoce dei trotskijsti del PCL ( cosidetto partito comunista dei lavoratori), continuano oggi, riciclati come USB o all’ombra dell’USB, a proporre la politica e la linea della “sinistra sindacale” del “meno peggio”, del “portarsi a spasso i lavoratori per gli uffici della provincia”, dello “spacciare come risolutivi tentativi di accordo con le istituzioni, in realtà privi di valore legale”, dell’ “utilizzare i lavoratori per assicurarsi risonanza mediatica”, della “firma di ogni genere di accordi, spesso sulla pelle dei lavoratori, al fine di assicurarsi i diritti alla rappresentanza verso istituzioni ed aziende” .

Questa linea non è in fondo, a parte la voce grossa con cui è portata avanti, nulla di molto diverso da quella dei sindacati confederali. Pezzi della sinistra CGIL usciti o espulsi da questo sindacato per questioni secondarie, si ricandidano presso i lavoratori perseguendo la linea della costruzione del cosiddetto quarto sindacato, capace di competere con CGIL, CISL e UIL sul loro stesso terreno. Al di là delle voci grosse contro il sindacalismo confederale (CGIL, CISL, UIL) e dell’apparenza magari allettante per i lavoratori, la linea del “quarto sindacato” significa riprodurre l’impostazione e le logiche della “sinistra sindacale” da cui questi signori provengono. Le trame ed i metodi egemonistici messi in atto e seguiti dall’USB e Menegazzi alla Malgara, volti a cooptare la rappresentante RSU dello Slai Cobas, a presentarsi a suon di ventilate cause legali (per attività antisindacali, cambio tuta, ecc.) come chi è in grado di farsi carico degli interessi dei lavoratori, a sovrapporsi all’intervento dello Slai Cobas provinciale, tentando di stravolgerlo (invece che supportarlo in uno spirito unitario come viceversa concordato), trovano un loro ultimo esempio nel comunicato seguito all’ultimo incontro in provincia del 25 scorso, firmato in primo luogo da USB e fatto circolare con il simbolo USB su internet. Questo mentre invece, sull’Adige del 26, usciva un comunicato a nome Slai Cobas scritto da Casagrenda e Menegazzi, dove si attribuisce addirittura allo Slai Cobas la trovata della proposta della “cessione di credito”.

Ultima questione, non del tutto secondaria, è la questione della sede USB di Trento e della sua inaugurazione: una sede, si dice, approntata spendendo 12.000 euro, con una facciata che ricopre la vetrina costata da sola 1000 euro ed un giorno di inaugurazione dove solo per il rinfresco sono stati spesi 900 euro. Tutti soldi, ovviamente, provenienti dalle tessere dei lavoratori e gettati al vento pur di costruire artificiosamente l’immagine di un “nuovo sindacato”.

Lo Slai Cobas ritiene che oggi la situazione sia caratterizzata
– dal fatto che le istituzioni finanziarie internazionali ed europee, le banche, i padroni, i governi (dove ogni governo è peggiore di quello precedente), i partiti di centro-destra e centro-sinistra, i sindacati confederali, ecc. siano scatenati nel loro attacco contro i lavoratori e
– dal fatto che decenni di politica antioperaia ed antipopolare del cosiddetto centro-sinistra (appoggiata da una corrotta “sinistra” istituzionale PRC, da pezzi collusi del sindacalismo di base, dei centri sociali e dei cosiddetti movimenti, ecc.) e di egemonia dei sindacati confederali sui posti di lavoro, hanno sfasciato il tessuto organizzativo, materiale, culturale, di solidarietà e di identità di classe tra gli operai.
In questa situazione, lo Slai Cobas provinciale propone agli operai la linea del rigetto della delega al sindacalismo confederale e a USB e delle loro “facili soluzioni”, e di passare alla, certo più impegnativa costruzione dei Cobas, dell’unità sindacale su scala locale e nazionale sulla base della costruzione dei Cobas, nella prospettiva di una lotta che, sia nel particolare (Malgara) che in generale per il futuro si prospetta lunga e faticosa.
Lo Slai Cobas provinciale è pronto a seguire, a sostenere ed a contribuire a formare gli operai della Malgara che vogliono intraprendere questo cammino, ed invita l’RSU Slai Cobas Malgara ed i propri iscritti alla Malgara a decidere celermente a quale opzione intendono aderire e di conseguenza scelgono di sostenere.

Sebastiano Pira
Resp. Prov.le Slai Cobas del Trentino
Cell. 3482448231
oppure tramite facebook

MALGARA : LO SCIOPERO CONTINUA !

LO SCIOPERO CONTINUA SU TUTTI I TURNI ANCHE LUNEDI’ 28

VISTE LE ESIGENZE ESPRESSE IN TAL SENSO LO SLAI COBAS PROVINCIALE COMUNICA AI LAVORATORI DELLA MALGARA CHIARI E FORTI SRL CHE LO SCIOPERO CONTINUA ANCHE IL 28 LUGLIO.

LO SLAI COBAS DEL TRENTINO INDICE AUTONOMAMENTE ED A TUTTI GLI EFFETTI TALE SCIOPERO GARANTENDO LA COPERTURA SINDACALE A TUTTI I LAVORATORI.

E’ STATA GIA’ INVIATA COMUNICAZIONE FORMALE DELLO SCIOPERO ALL’AZIENDA VIA FAX ED EMAIL CERTIFICATA.

Sebastiano Pira
Per il Sindacato Slai Cobas del Trentino
Cell.3482448231 slaicobastrentino@gmail.com

MALGARA CHIARI E FORTI srl: E’ UN ERRORE SOSPEDENDERE LO SCIOPERO ! LO SLAI COBAS PROVINCIALE E’ PER LA CONTINUAZIONE !

E’ UN ERRORE SOSPEDENDERE LO SCIOPERO !
LO SLAI COBAS PROVINCIALE E’ PER LA CONTINUAZIONE !

Alla Malgara Chiari e Forti srl (come alla controllata Pandea di Parma) la pesante situazione per i lavoratori dovuta al continuo slittamento del pagamento degli stipendi e delle altre spettanze si protrae ormai da anni. La Malgara è conosciuta, e non solo dai lavoratori, per continue promesse, generalmente non mantenute, e per continue richieste di sospensione degli scioperi in occasione, si dice, di incontri con clienti, fornitori e potenziali ricapitalizzatori.
In realtà la situazione è migliorata solo quando i lavoratori della Malgara hanno deciso di scendere in sciopero continuando lo stato di mobilitazione per più giorni sino all’ottenimento di concreti risultati.
Ora invece la RSU sospende lo sciopero in corso su semplice richiesta dell’Azienda e senza aver ottenuto nulla !!! In altri termini i lavoratori avrebbero scioperato per niente visto che lo sciopero serve a creare problemi per l’azienda e non ad evitarglieli. In questo caso invece la RSU, con la sospensione dello sciopero, ha deciso di evitare di creare problemi proprio in un momento in cui la situazione risultava favorevole alla sua continuazione.
Come Slai Cobas riteniamo che la RSU debba in primo luogo farsi carico dei problemi dei lavoratori e non di quelli dell’azienda, ed in secondo luogo essere espressione dell’iniziativa dei lavoratori.
Per questo proponiamo di continuare lo sciopero anche lunedì 28 luglio. Come Sindacato Slai Cobas siamo disponibili a comunicare subito (via Fax ed email) alla Malgara la continuazione dello sciopero assicurando la piena copertura sindacale ai lavoratori che il 28 vorranno scioperare.

Sebastiano Pira
Resp. Prov.Le Slai Cobas
Cell.3482448231
slaicobastrentino@gmail.com

MALGARA: NON ACCETTIAMO I RICATTI AZIENDALI !

NON ACCETTIAMO I RICATTI AZIENDALI !
PRETENDIAMO IL REGOLARE PAGAMENTO DELLE SPETTANZE !
Ormai i padroni sono passati ad attaccare il salario anche attraverso lo slittamento o il mancato pagamento delle spettanze. La canzone è sempre la stessa: siamo in difficoltà economica, la pressione della concorrenza è grande, il rischio è che chiudiamo o che dobbiamo licenziare !!!
Così si ricattano gli operai facendo credere loro che se difendono il salario e vogliono che i pagamenti avvengano regolarmente, allora si pregiudica l’immagine dell’azienda e lo stesso futuro lavorativo.
Se un’azienda chiude la responsabilità non è mai dei lavoratori! Affermare il contrario è un imbroglio per intimidirli, creare divisioni tra loro, passivizzarli e logorarli con snervanti attese.
L’imbroglio consiste nel presentare il costo del lavoro (spettanze) come il fattore decisivo per le sorti e le scelte aziendali. Ma il costo del lavoro incide solo in minima parte sui costi totali. Se è vero che il padrone, per guadagnare di più, mira sempre a ridurre al massimo il salario complessivo, è ancora più vero che non è mai il costo del lavoro che determina una crisi aziendale. Nemmeno quindi può accentuarla o viceversa risolverla.
Quindi se un’azienda deve chiudere perché è in crisi economica, e questo eventualmente vale anche nel caso della Malgara, allora chiuderà anche se i salari vengono dimezzati o addirittura non pagati.
Queste falsità vengono diffuse non solo dal padrone, ma anche da CGIL-CISL-UIL, che fanno accettare i ricatti del padrone e portano gli operai a legarsi le mani. La Malgara inoltre, a differenza di come vengono presentate le cose dall’azienda e dalla stessa RSU, non è nemmeno una singola azienda, ma un intero gruppo che sposta e ridistribuisce tra le varie aziende risorse in entrata ed in uscita in funzione del massimo profitto. Non a caso i giudici nel febbraio scorso, costringendo la Malgara a pagare regolarmente cinque operai che hanno promosso causa per i ritardi dei pagamenti, hanno stabilito con apposita indagine ispettiva che la Malgara gode condizioni economiche tutt’altro che critiche, che le consentono il pieno e regolare pagamento a tutti i lavoratori degli stipendi e delle altre spettanze.
Lo Slai Cobas ritiene che i ricatti aziendali vadano respinti e che gli operai debbano lottare per la salvaguardia dei propri interessi e non anche di quelli aziendali (profitti). Per questo lo Slai Cobas provinciale non condivide la linea presa dalla RSU Malgara dopo i primi mesi dell’anno. In questo quadro lo Slai Cobas provinciale, facendo propri i problemi degli operai della Malgara, ha anche richiesto un incontro all’azienda e si rende disponibile, se chiesto dagli stessi operai, a promuovere eventualmente scioperi e cause collettive per il recupero crediti, comprensivi di interessi e rivalutazioni non corrisposti anche per gli stipendi già pagati, ma con mesi di ritardo.
Considerando che il Signor Massimo Barletta ha scelto di non essere più un rappresentante dello Slai Cobas in azienda, per i rapporti con il nostro sindacato telefonare a Sebastiano Pira (resp. Prov.le Slai Cobas) cell. 3482448231.
SLAI COBAS DEL TRENTINO

Aggressione a un delegato Slai Cobas s.c. del magazzino Kuehene Nagel di Brignano (BG)

Erano in tre gli uomini a volto coperto, che sabato 14 giugno all’alba, lo
aspettavano sotto casa.
M.B. si stava recando al lavoro con la moglie, erano appena saliti in auto,
quando i tre si sono avvicinati e hanno tentato di estrarlo a forza dalla
macchina, non riuscendoci, prima gliel’hanno devastata a colpi di chiave
inglese e poi, si sono accaniti su di lui picchiandolo selvaggiamente a
pugni e calci soprattutto in testa e a colpi di chiave inglese, in
particolare su una gamba, tentando, fortunatamente senza riuscirci, di
spezzargliela. Continua a leggere

Dedicato a Maria Baratto – Intervento all’assemblea del 1° giugno a Trento in occasione del corteo contro Marchionne

Intervento all’assemblea del 1° giugno a Trento in occasione del corteo contro Marchionne
di Cinzia Tarter per lo Slai Cobas del Trentino
DEDICATO A MARIA BARATTO
Questa iniziativa è stata indetta per contestare Marchionne, colui che è diventato un modello, a cui oggi i padroni si ispirano nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro per tagliare salari, licenziare, mobbizzare e cancellare le residue tutele rimaste ai lavoratori, finanche il loro stesso diritto alla rappresentanza.
In linea con il modello Marchionne sono anche gli accordi del 10 gennaio, vergognosamente sottoscritti e sostenuti dai sindacati confederali, che, per i lavoratori FIAT, dopo dieci anni sotto la criminale amministrazione di Marchionne, non rappresentano certo una novità.
Oggi i padroni sono all’offensiva. E difronte a questa offensiva, i lavoratori e gli strati più sfruttati vivono da tempo soli e allo sbando privi di una qualsiasi rappresentanza politica e costretti a lottare a 360° contro questo sistema. A 360 gradi perché il sistema del capitale non è solo un sistema economico ma anche un sistema politico e culturale che se da un lato concede spazi sempre più ampi a formazioni fascio-populiste e xenofobe come quelle dell’estrema destra, dall’altro lato, mira a subordinare e a creare una catena di dipendenze a livello di massa, dove i principali puntelli di queste dipendenze sono non solo i sindacati confederali ma anche i partiti del centro-sinistra, che seminano a piene mani illusioni e che generano confusione, senso di impotenza e passività e fomentano divisioni tra i lavoratori.
Lo stesso PRC dopo decenni trascorsi tra collaborazione e compromessi con il PD, sta trasformando in un vuoto ritornello di propaganda lo slogan “un altro mondo è possibile”, riducendolo a pura questione etica e evitando di produrre una teoria ed una prassi conseguenti per dare una prospettiva alternativa reale ai lavoratori e agli strati popolari che dice di voler rappresentare.
In questi anni, a livello locale, abbiamo costruito e stiamo costruendo opposizione, con un ruolo centrale del sindacalismo di base rappresentato da USB, SBM, SLAI COBAS e da movimenti come il NOTAV, quello per l’acqua e i beni comuni e il movimento antifascista. Però fino ad ora si è trattato soprattutto un’opposizione di tipo sociale. Probabilmente è giunto anche il momento di porsi il problema della costruzione di qualcosa che vada aldilà della semplice unità di azione, ossia di porsi il problema della costruzione di una sorta di movimento politico, formato da una pluralità di soggetti quali le organizzazioni sindacali di base e i vari settori del movimento, in grado di cooperare per l’iniziativa politica e in grado anche di confrontarsi con il complesso terreno delle elezioni, per costruire un’alternativa dove i lavoratori si sentano rappresentati.
Questo perché invece, centro-destra, centro sinistra e grillini, sono tutti uniti nel cooperare per tenere in piedi un’infima oligarchia economico-finanziaria, a spese naturalmente dei lavoratori e delle lavoratrici, dei pensionati, dei precari e dei disoccupati. Oggi questi strati non li rappresenta più nessuno. Ed è proprio in questo senso che come Slai-Cobas diciamo che i lavoratori, così privi di rappresentanza e quindi di visibilità, sono collocati sul bordo del vuoto.
E non possiamo nemmeno continuare a guardare passivamente lo stillicidio di decine di lavoratori che precipitano in uno stato di disperazione tale da arrivare a togliersi la vita, come sta avvenendo ormai troppe volte in Italia, come sta avvenendo ormai troppe volte tra i lavoratori FIAT e in particolare in questi ultimi mesi tra i lavoratori provenienti dal polo logistico di Nola a Napoli, un polo in realtà improduttivo e ben noto agli operai, che lo hanno ribattezzato reparto confino perché lì vengono inviati gli operai “scomodi”, da quelli invalidi e con problemi di salute agli operai più sindacalizzati e che maggiormente si distinguono nelle lotte.
È da questo reparto confino che proveniva anche Maria Baratto, l’operaia in CIG che si è tolta la vita solo pochi giorni fa. Maria era una donna attiva nelle lotte, tra il resto membro del comitato mogli e operaie di Pomigliano. Eppure, Maria si è sentita così disperatamente sola, così sterile, così priva di prospettiva, da arrivare a rivolgere contro sé stessa, contro il proprio ventre, tutta la rabbia che aveva dentro per la propria ingiusta condizione.
Noi indichiamo la FIAT responsabile della morte di Maria, come è responsabile della morte di altri lavoratori che si sono tolti la vita in questi ultimi tempi. Però non possiamo limitarci a enunciare semplicemente questa ovvia verità.
Esiste anche un’altra parte di verità che ci riguarda tutti e cioè che oggi è drammaticamente assente un reale sindacato unitario di classe e di massa, così come pesa la mancanza di un movimento politico nel quale i lavoratori possano identificarsi e che prospetti e costruisca assieme a loro una fuoriuscita reale dall’attuale situazione della cosiddetta crisi del capitale. Ma questo compito cari compagni, non compete certo al padrone, questo compito spetta a noi, è responsabilità nostra.
Ed è invitando ad una riflessione anche su questa parte di verità, che chiedo che tutti i presenti dedichino un minuto di silenzio alla compagna operaia Maria Baratto e a tutti i lavoratori suicidati dalla FIAT.

Cinzia Tarter per lo Slai Cobas del Trentino

“NON SI PUO’ CONTINUARE A VIVERE PER ANNI SUL CIGLIO DEL BURRONE DEI LICENZIAMENTI”

SUICIDI IN FIAT:

“NON SI PUO’ CONTINUARE A VIVERE PER ANNI SUL CIGLIO DEL BURRONE DEI LICENZIAMENTI”

CON LA RABBIA CHE CI MONTA IN TESTA RACCOGLIAMO IL GRIDO DI DOLORE DEGLI OPERAI E DELLE OPERAIE DELLA FIAT E SAREMO AL PRESIDIO ALLA REGIONE DI MERCOLEDI’ 28

Sono veramente troppi due suicidi in pochi mesi nello stesso luogo di lavoro, con meno di 300 addetti, specialmente quando si tratta di un reparto-fantasma, quello del WCL di Nola oggi in dismissione e cambiamento della destinazione d’uso. Il preteso ‘Polo Logistico’… di eccellenza, mai decollato e che, nelle promesse di Marchionne di fine 2007, avrebbe dovuto supportare la ‘logistica’ Fiat degli stabilimenti del centro-sud (Melfi, Cassino e Pomigliano). Inoltre, la cinica decisione della Fiat di tenere sotto stress lavoratori e lavoratrici non rinnovando ancora (a differenza di Pomigliano) la cassa integrazione in scadenza il prossimo 13 luglio sta contribuendo ad innalzare a livelli estremi la tensione essendo, tra l’altro e di fatto, il reparto impossibilitato ad alcuna missione produttiva in quanto la ‘logistica’ (che serve all’alimentazione diretta delle linee in fabbrica con i particolari provenienti dall’esterno e da assemblare al montaggio) è, per definizione, un’attività che si svolge all’interno degli stabilimenti come in effetti sta avvenendo a Pomigliano e nelle altre fabbriche della Fiat. Il reparto-confino di Nola rappresenta quindi un semplice paravento strumentale per la delocalizzazione dei lavoratori “scomodi” (invalidi e sindacalizzati) e non delle attività produttive. E questo lo sanno tutti, sindacati confederali, politici, ministri del lavoro e istituzioni, ma tutti tacciono!

Maria Baratto, e prima, Giuseppe De Crescenzo, hanno rinunciato a vivere dopo aver denunciato per anni la loro drammatica situazione non diversa da quella dei loro colleghi del Polo Logistico, discriminati e deportati a Nola proprio come ai tempi di Valletta.

“Non si può continuare a vivere per anni sul ciglio del burrone dei licenziamenti, l’intero quadro pollitico-istituzionale che, da sinistra a destra, ha coperto le insane politiche della Fiat è responsabile di questi morti insieme alle centrali confederali” scriveva Maria in quello che consideriamo il suo testamento politico a noi tutte/i. Parole che devono far riflettere sul vero e proprio disastro industriale e sociale prodotto dalle scellerate politiche della Fiat.

Il grido di dolore che parte dalle fabbriche della Fiat, da Maria a Giuseppe ad Agostino e tanti altri operai della Fiat che si sono suicidati, o hanno tentato in suicidio nell’ è il grido di dolore ‘di tutti’ i lavoratori del privato e del pubblico, del mondo dei precari e dei piccoli commercianti, tutti accomunati dal rischio- licenziamento e/o fallimento.

“Anche per questo la lotta dei lavoratori Fiat contro il piano Marchionne ed a tutela dei diritti e dell’occupazione rappresenta un forte presidio di tenuta democratica per l’intera società”: siamo con te, Maria che oggi vivi in noi col tuo estremo e forte messaggio. Noi raccogliamo e rilanciamo ‘a tutti’ il tuo appello e per far questo mercoledì 28 maggio saremo presenti alle 10.30 al presidio alla Regione Campania, a Santa Lucia, indetto da Slai cobas e Fiom. Con la rabbia che ci monta in testa vogliamo unirci agli operai ed a quanti ancora pensano che le cose si possono e si devono cambiare.

Comitato Mogli Operai Pomigliano

Pomigliano d’Arco, 26 maggio 2014