Comunicato Stampa
Il mestiere dell’educatore, nelle strutture per utenza psichiatrica appaltate e accreditate al privato sociale, è complesso e contraddistinto da precise responsabilità.
La professione dell’operatore e dell’educatore richiedono specifiche motivazioni, attitudini e professionalità mentre sotto vari profili comportano un carico lavorativo non indifferente.
Proprio per questo è necessario che le cooperative sociali che gestiscono queste strutture, siano esse residenziali o centri diurni o laboratori protetti, guardino sempre ben oltre il ristretto orizzonte relativo agli interessi economici aziendali ed all’accaparramento dell’utenza.
Per assicurare una buona qualità del servizio per l’utenza, per i familiari della stessa, per l’ente pubblico e per la comunità, è però necessario tutelare e salvaguardare la professionalità e il diritto alla salute ed alla sicurezza di operatori e educatori psichiatrici.
Da diversi anni a questa parte si assiste invece ad un continuo peggioramento della situazione salariale e delle condizioni di lavoro, questo mentre il diritto alla salute ed alla sicurezza dei dipendenti viene sempre più ignorato.
In questo quadro il lavoro diventa usurante e il compito del mantenimento di una decente qualità del servizio per l’utenza è fatto ricadere quasi completamente sul personale dipendente. La crescente flessibilità, l’introduzione massiccia di lavoratori con contratto a tempo determinato, l’uso spregiudicato dei volontari, le reperibilità, l’onere e la responsabilità relative alla somministrazione dei farmaci all’utenza, il lavoro notturno spesso non pagato, ecc., tutto questo ed altro ancora mortifica ed umilia il lavoratore.
In questo quadro c’è da registrare come la contrattazione invece di rappresentare un’occasione per la salvaguardia e la tutela del lavoratore, sul piano della valorizzazione della professionalità e della salvaguardia del suo diritto alla salute ed alla sicurezza, si stia trasformando in un ulteriore passaggio volto all’abbattimento dei diritti dei lavoratori che ormai diventano un capro espiatorio su cui ricadono buona parte delle conseguenze dei processi di privatizzazione della sanità.
Si assiste cosi in provincia a situazioni in cui le cooperative sociali si mettono d’accordo con i sindacati confederali per arrivare all’imposizione di contratti aziendali che si sovrappongono ai vigenti contratti nazionali e provinciali di settore.
Emulando un recente accordo dei chimici che consente alla contrattazione aziendale di derogare in peggio rispetto ai contratti nazionali certe cooperative sociali procedono alla stipulazione di contratti aziendali che scaricano su lavoratori ulteriori oneri, rischi e responsabilità.
Questi contratti aziendali, in assenza di RSU che non si vogliono e che si osteggiano nonostante siano le uniche legittimate alla contrattazione aziendale, sono introdotti con metodi golpisti.
Con riunioni ristrette e gestite con metodi discriminatori che si tengono al chiuso di qualche sede sindacale s’impongono risibili votazioni per far approvare ai lavoratori contratti già decisi tra la cooperativa ed il funzionario sindacale di turno. Con tre o quattro voti favorevoli, magari su un arco di 30 o 40 lavoratori effettivamente assunti ed impiegati, si fanno approvare i contratti ai lavoratori.
E’ sempre più evidente che dalle cooperative sociali alla sanità, dalla scuola all’ente pubblico, dal commercio all’industria, ecc. i lavoratori sono oggi privi di un proprio sindacato perché quello che avevano prima è passato dall’altra parte. In questo quadro solo i cobas costruiti dagli stessi lavoratori nell’ambito degli esistenti sindacati autorganizzati possono rappresentare una reale salvaguardia degli interessi dei lavoratori.
Andrea Dalsasso
per la RSA Slai-Cobas della Cooperativa Gruppo 78 di Volano
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